Fondi PNRR L’Italia perde un’occasione storica

Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) rappresenta il tema che ha occupato maggiormente le cronache di questi anni malgrado si avverta la sensazione che siano ben pochi i cittadini ad avere le idee chiare sull’argomento. Cerchiamo, pertanto, di illustrare le caratteristiche fondamentali di un piano concepito dall’Europa per aiutare le economie degli Stati ad uscire dalla recessione causata dalla pandemia (scadenza prevista, Agosto 2026).

Il Pnrr italiano prevede interventi in sei aree principali: Digitalizzazione; Transizione ecologica; Infrastrutture; Istruzione e ricerca; Inclusione e coesione; Salute. Occorre rammentare che il nostro paese è stato il maggior beneficiario degli stanziamenti previsti dal piano: ben 194,4 miliardi di euro, di cui 71,6 a titolo di “grants”, cioè, di finanziamenti a fondo perduto, e 122,8 a titolo di “loans”, cioé, di prestiti da rimborsare a tassi agevolati. A metà ottobre 2025, i progetti finanziati ammontavano a 162,8 miliardi ma i pagamenti effettivi erano pari a 77 miliardi: esiste, pertanto, un divario significativo tra fondi ricevuti e fondi effettivamente utilizzati.

Poiché non è pensabile che l’Italia possa completare tutte le opere programmate entro la prossima estate, per evitare di perdere i finanziamenti il nostro governo ha presentato una nuova revisione del piano (che si aggiunge alle sei precedenti) con un duplice obiettivo: stornare i finanziamenti dai progetti in ritardo a quelli più avanzati; differire al 2029 il termine entro cui utilizzare gli ultimi 20 miliardi.

Secondo i dati più recenti, tra i settori che denunciano un grave gap tra risorse disponibili e realizzazioni concrete risulta quello dell’ “Inclusione e coesione”. Si tratta di un campo chiave del Pnrr italiano che, nell’ottica di superare lo storico dualismo tra Nord e Sud, punta a favorire l’inclusione, a contrastare la povertà, a sviluppare il Mezzogiorno.

A ben vedere, si tratta di problemi strutturali della nostra economia, di cui si discute da decenni, per cui sarebbe stato lecito attendersi che il governo anteponesse questo tema a tutti gli altri. Così non è stato per cui è facile che un giorno la nostra classe politica sarà obbligata a riconoscere di aver perso un’occasione storica. Gli analisti ritengono che, malgrado il fiume di denaro del Pnrr, le previsioni sulla crescita siano deludenti. Infatti, secondo l’ultimo Dpef, quest’anno il Pil salirà di appena lo 0,5%, mentre nel prossimo non andrà oltre lo 0,7.

La stessa Confindustria ha candidamente ammesso che, senza i denari del Pnrr, probabilmente la nostra economia si troverebbe nel pieno di una drammatica stagnazione. A pochi mesi dalla scadenza del piano, possiamo dire che il cittadino ha valide ragioni per dirsi deluso. Il Pnrr non è stato in grado neppure di scalfire le tare storiche della società italiana che, beffardamente, vedrà esacerbate le disuguaglianze sociali e territoriali. I ritardi e le inadempienze del Pnrr non sono imputabili solo alle tensioni internazionali. C’è altro. C’è l’inefficienza della pubblica amministrazione, ci sono gli sprechi enormi, la corruzione endemica e l’incompetenza delle stazioni appaltanti. In sede di consuntivo finale, sarà gioco facile constatare che l’immenso profluvio di denaro che ha irrorato in questi anni la nostra economia, ha visto come destinataria finale una sparuta minoranza di cittadini. Quando verrà il momento di tirare le somme, vedremo che la qualità dei servizi pubblici non è migliorata (Scuola, Sanità, Giustizia, Trasporti).

Non solo. Vedremo che le condizioni del cittadino saranno peggiorate, che i giovani continueranno a fuggire all’estero, che l’Italia continuerà ad essere un paese in vendita dove cinesi, russi, arabi e americani potranno comprare non solo immobili di pregio ma anche pezzi di classe dirigente e finanche di Parlamento. Occorre riconoscere che il Pnrr, nato per rafforzare la democrazia, è diventato uno strumento per affossarla. Come disse Warren Buffet nel 2006 in una celebre intervista al New York Times, “non è vero che la lotta di classe non esiste: esiste, e l’hanno vinta i ricchi”.

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