I fantasmi del passato e lo scudo del colle

Cosa resta del Giorno della Memoria, che ricorda la liberazione del lager di Auschwitz da parte dell’esercito sovietico, il giorno dopo?

C’è un’immagine che resta impressa, al termine dell’evento celebrativo al Quirinale: quella di un’Italia che, pur nelle sue legittime distinzioni politiche, prova a stringersi attorno al Colle per fare scudo contro i fantasmi del passato che, con inquietante puntualità, tornano a bussare alle porte del presente. Le parole di Sergio Mattarella non sono state soltanto un esercizio di memoria, ma un j’accuse vibrante contro quella che lui ha definito la «grande, rovinosa menzogna».

È la pretesa che la dignità umana possa essere soggetta a graduatorie, a classifiche di merito biologico o razziale. Un monito che arriva in un momento delicatissimo, in cui l’antisemitismo non è più solo un rimosso della storia, ma un «morbo» - per usare le parole della premier Giorgia Meloni - che torna a diffondersi con virulenza, spesso camuffato sotto nuove vesti geopolitiche.

In questo coro di fermezza istituzionale, si inserisce con forza la voce di Papa Leone. Il Pontefice ha voluto ricordare che la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione Nostra Aetate contro tutte le forme di antisemitismo, respingendo qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione.

È un richiamo che non parla solo ai fedeli, ma alla coscienza civile di un Occidente che sembra aver smarrito la propria bussola etica. È un monito universale: la difesa dell’umanità non ammette deroghe né silenzi complici.

È stato un bene che la politica italiana, dal governo alle opposizioni, abbia parlato con una voce sola, a cominciare dalla premier Meloni, nel condannare le complicità del regime fascista e l’ignominia delle leggi razziali del 1938. Non sono ammesse zone grigie. La memoria non è un rituale, ma un muscolo che va allenato ogni giorno per riconoscere i germi della discriminazione ovunque essi si annidino.

Monito per il futuro, come ha ricordato Mattarella, non ricordo del passato. Tuttavia, il richiamo del presidente della Repubblica e quello del Papa vanno oltre il confine nazionale, interpellando l’intera comunità internazionale. Quando la senatrice Liliana Segre alza la voce per difendere il valore universale della Shoah da strumentalizzazioni e «vendette» ideologiche, ci sta dicendo che la dignità delle vittime di ieri non può essere usata come arma contro quelle di oggi. L’unicità della Shoah, la sua incomparabilità, la sua frattura della storia, come l’ha definita lo storico tedesco Dan Diner, uno dei massimi studiosi dell’Olocausto, è fuori discussione.

Il rischio che corriamo è che il Giorno della Memoria scivoli verso una stanca ripetizione di cerimonie. Ma il richiamo alla «volgarità e imbecillità» degli attacchi razzisti - parole inusualmente dure per lo stile del Quirinale - ci dice che la soglia di guardia è stata superata. Il Giorno della Memoria si rende vivo con la ricerca storica, l’insegnamento nelle scuole, le visite guidate nei lager, nei memoriali e nei musei, i saggi, i documentari, e i romanzi sull’argomento, i film come Schindler’s List o Norimberga. Serve una manutenzione delle coscienze che sappia distinguere il rumore di fondo dalla verità storica. Perché la “macchina di morte” di Auschwitz serve ancora oggi a farci riconoscere i semi dell’odio in tutto il mondo. Oggi, in un’epoca di algoritmi che spesso amplificano la rabbia anziché il confronto, questo messaggio ci interroga personalmente: siamo pronti a essere sentinelle attive contro quella “grande menzogna” che ancora minaccia la nostra coesione sociale?

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