Ieri in aula sono stati di nuovo Antonio Tajani e Guido Crosetto a riferire ai parlamentari sulla guerra in Medio Oriente. La premier si presenterà solo il 18 marzo alla vigilia del prossimo Consiglio europeo. Questa decisione provoca le decise proteste delle opposizioni che chiedono a gran voce che sia Giorgia Meloni e non i suoi ministri a prendersi da subito la responsabilità di spiegare la linea del governo di fronte ad un’altra guerra alle porte di casa nostra. Ma non avverrà: Meloni preferisce defilarsi e aspettare, anche a costo di prendersi le critiche non solo delle sinistre ma probabilmente anche degli alleati, soprattutto quelli del formato E3, cioè Gran Bretagna, Francia e Germania, i tre Paesi europei che si sono dichiarati pronti ad «azioni difensive», di se stessi oltre che dei Paesi del Golfo bombardati da Teheran, in caso di attacco, caso cui si è andati molto vicini nelle ultime ore quando un missile iraniano è caduto in territorio turco: sembra che puntasse la base turca di Incirlick, stanziamento Nato e americano, se non l’isola di Cipro, Stato Ue, peraltro già minacciata dai droni di Teheran subito abbattuti.
I Paesi europei si vanno rapidamente riprendendo dalla sberla diplomatica ricevuta da Trump e Netanyahu che non li hanno neanche avvertiti di quello che stavano per fare, e vanno delineando la loro posizione. Certo, ognuno lo fa a modo suo, tanto che nessuno si aspetta che il prossimo Consiglio europeo possa andare oltre qualche dichiarazione di pura retorica diplomatica. Da una parte c’è lo spagnolo Sanchez che rifiuta agli americani l’uso delle basi spagnole e, incassando il sostegno di Macron, risponde a brutto muso a Trump che prova a ricattarlo; dall’altra c’è il cancelliere Merz che si fa ricevere alla Casa Bianca; e ancora c’è il britannico Starmer che resiste alle pressioni di Washington e cede le basi del Regno Unito solo a determinate condizioni, e ci sono gli otto Stati dell’Unione che accettano l’offerta francese di farsi «coprire» dal deterrente nucleare di Parigi, e via elencando. L’unico Paese importante di cui non si conoscono le intenzioni è proprio l’Italia che per il momento ragguaglia il Parlamento fondamentalmente su quello che si sta facendo sia in termini di prevenzione anti terrorismo, sia per riportare in patria, dopo il ministro della Difesa in vacanza a Dubai proprio nel giorno dell’attacco, anche le varie migliaia di connazionali bloccati nei Paesi del Golfo, crocevia di molti viaggi esotici e anche di traffici economici e commerciali.
Sappiamo soltanto ciò che Roma rifiuta: di aderire al formato E3 e di accettare la copertura nucleare francese («Per me quello che dice Macron vale zero» ha detto Salvini). A Meloni parecchi esperti diplomatici stanno invece consigliando di avvicinarsi più decisamente ai più importanti Stati europei piuttosto che stare fermi su una posizione di totale allineamento con gli Usa di Donald Trump che, come si è visto, quasi non dà frutti. Altri invece propongono al governo di ritagliarsi uno spazio di dialogo proprio con le fazioni moderate iraniane in vista del «dopo». Insomma, tutto tranne che stare fermi.
Verrà però, quasi fatalmente, un momento della verità: quando gli americani ci chiederanno ufficialmente l’uso delle basi, soprattutto Sigonella, che sono sul nostro territorio. Lì ci sarà un nodo politico oltre che costituzionale (l’articolo 11) che il governo sarà chiamato a sciogliere anche in tempi rapidi. Probabilmente è lì che l’opposizione aspetta Meloni, per misurare il grado di «pacifismo» del governo della destra italiana.
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