L’approccio superficiale degli usa alla guerra

Ancora una volta, per il conflitto in corso in Medio Oriente, vale la massima «si sa come si entra in guerra, ma non si sa come finisce». La decapitazione immediata del leader supremo iraniano – l’ayatollah Khamenei – poteva sembrare il primo e decisivo atto del conflitto scatenato da israeliani e americani contro l’Iran, ma dopo alcuni giorni s’è capito che non era determinante. Nemmeno i successivi, incessanti bombardamenti delle postazioni missilistiche, dei depositi di droni, delle infrastrutture critiche e delle città iraniane sono serviti a dare una spallata decisiva per far crollare il regime. Che cosa ha impedito finora a Trump e a Netanyahu di cantare vittoria? Una certa insipienza e superficialità sono emerse quasi subito sia nell’incapacità di fissare precisi obiettivi strategici e soprattutto nel comprendere le conseguenze disastrose per i Paesi del Golfo.

È netta l’impressione che gli Stati Uniti abbiano seguito gli israeliani nel sogno di ribaltare con la forza gli equilibri in Medio Oriente, senza valutare sufficientemente le diverse opzioni a disposizione degli iraniani. L’incomprensione della complessità e dell’articolazione della realtà istituzionale della Repubblica Islamica – un’idra dalle molte teste – ha indotto a pensare che una volta eliminato il capo spirituale e politico, il regime si sarebbe sfaldato. Tuttavia i diversi centri di potere (Guardie rivoluzionarie, presidente, assemblea degli esperti, clero) hanno dimostrato di potersi rapidamente compattare anche sotto i bombardamenti e hanno nominato in pochi giorni il successore (Mojtaba Khamenei), rivelando un chiaro segnale di efficienza e resilienza. Il dedalo costituito da tunnel sotterranei e postazioni missilistiche e di droni, distribuiti in un territorio cinque volte più vasto dell’Italia, ha finora consentito una risposta devastante per i Paesi del Golfo e sempre più pericolosa per la stessa sicurezza di Israele, sul quale piovono anche i missili lanciati dalle unità di Hezbollah dal Libano.

S’è aperto, dunque, uno scenario sempre più minaccioso per tutte le monarchie della penisola arabica con impianti petroliferi e raffinerie in fiamme, turismo in fuga, mentre si prospetta una grave crisi di approvvigionamento d’acqua (in quell’area più importante del petrolio) se continueranno gli attacchi ai desalinizzatori. Quali sono ora le possibili scelte per Trump, anche alla luce della chiusura progressiva dello Stretto di Hormuz? Escalation militare per annientare le capacità di ritorsione iraniana o «exit strategy» dopo aver dichiarato vittoria e lasciato agli israeliani il compito di continuare una guerra voluta da loro? La preoccupante spirale inflazionistica mondiale innescata dal prezzo del petrolio, insieme al progressivo depauperamento del potenziale missilistico offensivo e difensivo degli Usa, cui si affiancano le pressioni crescenti degli emiri e sultani a mettere fine a un conflitto per loro disastroso: sono tutti fattori che dovrebbero spingere Washington a cessare le ostilità. Naturalmente con una tale decisione il presidente americano dovrebbe poi giustificare alla sua base elettorale Maga la trasformazione in «esportatore» della democrazia mentre a molti analisti e parlamentari, anche repubblicani, non sfuggirà il fallimento dell’intervento militare per il cambio di regime. Molto probabilmente scontenterebbe Netanyahu che vedrebbe sfumato il sogno di disgregare il più potente rivale nel Medio Oriente: rimarrebbe da solo nella lotta con Teheran e Hezbollah e alla fine dovrebbe far buon viso a cattivo gioco.

Rimane poi l’importante incognita sulla disponibilità iraniana a mettere fine a una campagna militare che ha dimostrato grande efficacia e un importante ammonimento ai Paesi limitrofi. D’ora in poi nel Golfo vi sarà una sicura consapevolezza di essere facilmente alla mercé dei missili iraniani e di non poter contare esclusivamente sullo scudo americano, rivelatosi sostanzialmente inadeguato ad una situazione di emergenza.

Probabile, quindi, l’apertura di negoziati più o meno «sotterranei» con Teheran per indurre con incentivi la nuova leadership soprattutto a non chiudere lo Stretto di Hormuz, cessare gli attacchi ai Paesi limitrofi e ristabilire una situazione di pace. Appare davvero meno percorribile l’ipotesi di un’escalation da parte di Washington magari con l’invio di corpi speciali e/o truppe di terra per costringere Teheran alla resa. Il fantasma del Vietnam si rimaterializzerebbe molto pericolosamente. Netanyahu e Trump forse avrebbero dovuto leggersi con attenzione le tragedie greche che ci hanno insegnato come la «hybris» – l’arroganza del potente che supera certi limiti – porti a sicure sventure.

Ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca

© RIPRODUZIONE RISERVATA