Le gang e lo spaccio corrono sui binari

Poi uno dice, in campagna elettorale volano solo slogan.

E invece, in quattro e quattr’otto, l’omicidio di via Sassi ha portato in dote il tavolo della sicurezza, la zona rossa in centro, le pattuglie fisse delle forze dell’ordine e via dicendo. A voler essere maliziosi – vale a dire a non considerare per qualche istante che ci è andata di mezzo la giovane vita di un ventenne in faticosa ricerca di un futuro nel Lecchese, ed è qualcosa che non si dovrebbe nemmeno immaginare - si potrebbe dire che, almeno per una volta, la campagna elettorale ha avuto il merito di inquadrare il problema senza mezzi termini.

Le reazioni, da una parte e dall’altra della staccionata politica, sono state immediate e vibranti. Il sindaco Mauro Gattinoni ha diffuso immediatamente un video di personale amarezza e istantanea richiesta di maggiori controlli (peraltro indossando eccezionalmente una tuta, come a rappresentare l’urgenza del momento). Lega e FdI hanno subito puntato il dito sulla prospettiva di una zona rossa (poi effettivamente confermata dalla prefettura). Era stato pure convocato un flashmob. Poi, di fronte alla tragedia, si è quantomeno saggiamente scelto di soprassedere.

Tempo due giorni, ecco l’annuncio: zona rossa tra stazione e centro Lecco. Che significa sostanzialmente più controlli e la possibilità di allontanare soggetti ritenuti pericolosi o già noti all’autorità giudiziaria. E’ poco, è tanto? Difficile dirlo a priori. Molto dipende da quanti militari saranno effettivamente coinvolti nei controlli e nelle identificazioni.

Urgono tuttavia almeno due ordini di riflessioni. La prima è che non ha torto (anzi ha mille ragioni) il sindaco di Lecco (cui fa capo un corpo di Polizia locale che conta una cinquantina di addetti e funzioni piuttosto limitate) nel ribadire come lo Stato, e solo lo Stato, sia titolare dell’ordine pubblico e della sicurezza di tutti i cittadini, e che “le forze dell’ordine devono essere messe in grado di potere operare al meglio con uomini, mezzi e formazione”. Tradotto. La sicurezza, signori, si paga. Che sia da Milano o da Roma, che si parli della famosa operazione “Strade sicure” con l’esercito in città, o semplicemente di infusioni di ulteriori uomini ai reparti locali, c’è da mettere mano alle casse pubbliche. Altrimenti, i decreti o le zone rosse restano carta straccia.

La seconda riflessione è sul convitato di pietra di questa intera vicenda. La stazione, anzi le stazioni. Sì, perché a volte ci si dimentica che è lungo le tratte ferroviarie che nasce e prospera questa ondata di microcriminalità, di baby gang, di spaccio che si sta riversando nei medi centri urbani lombardi. Come è Lecco, per l’appunto. Ci si dimentica che ogni pendolare lombardo deve mostrare il suo titolo di viaggio per superare le barriere di Milano Centrale, ma già dieci chilometri dopo, alla prima stazione abbandonata a sé stessa nel cuore della verde Brianza, vede salire frotte di “portoghesi”, magari già alterati, diretti a Monza o a Lecco. Ci si dimentica che l’asticella dell’accesso ai convogli è particolarmente alta per i diretti, molto meno per i regionali (basta chiedere ai pendolari lecchesi se preferiscano prendere il treno a Centrale o Garibaldi). Ci si dimentica che questi nuovi termitai umani di microspaccio - con attitudini al limite dell’illegalità - proliferano proprio intorno alle stazioni, ai sottopassi, ai luoghi di medio interscambio.

Serve insomma un passo ulteriore (ma decisivo) rispetto agli interventi spot in ambito urbano. Senza una vera politica regionale che limiti l’accesso indiscriminato e illegale al trasporto pubblico, ogni soluzione sarà sempre e solo un tampone. Che durerà - ma sarebbe grottesco - il tempo di una campagna elettorale.

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