Per Giorgia Meloni ormai il mantra da ripetere in ogni occasione, e dunque in Parlamento, è che l’Italia «non è in guerra e non vuole entrare in guerra» con nessuno. Quanto al giudizio sull’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran la premier è ferma al «non condanno e non condivido», con l’aggiunta: «È un tempo quello presente che ci offre solo opzioni negative». Insomma si conferma la linea un po’ zigzagante del governo per mantenere da una parte l’allineamento con Donald Trump (il quale dice: «Meloni è sempre pronta ad aiutare») senza per questo isolarsi nel contesto europeo. È chiaro che l’operazione è sempre più difficoltosa nel momento in cui tra Usa e Ue si stanno rivoluzionando i rapporti scaturiti dalla fine dalla seconda guerra mondiale in poi, tanto più impervia per chi si era prefissa di diventare il «ponte» tra le due sponde dell’Atlantico, rappresentando il governo europeo più affine all’ideologia Maga del tycoon. Sulla base di questa faticosa tattica, Meloni proclama in aula che «il governo non si sente né isolato in Europa, né complice di Trump e Netanyahu, né colpevole delle conseguenze economiche della guerra», che sono poi le accuse che le vengono mosse dalle opposizioni, in particolare dalle sinistre di Pd, M5S e Avs.
Le opposizioni – divise anche in questa occasione, hanno presentato ben quattro risoluzioni diverse – chiedono a Meloni un gesto di netto distacco da Washington rifiutando in ogni modo agli americani l’uso delle basi che hanno in Italia. È una posizione di bandiera perché tutti sanno che un rifiuto di questo genere è reso impossibile dal trattato bilaterale con gli Usa che data addirittura dal 1954. Solo in casi eccezionali gli americani dovrebbero chiedere l’autorizzazione al governo ospitante, ma chi giudica il «caso eccezionale»? È infatti la stessa situazione in cui si trova lo spagnolo Sanchez (divenuto un punto di riferimento per la sinistra italiana per via della sua condanna della guerra) che ha già dichiarato che sulle basi rispetterà il trattato con gli Stati Uniti, salvo casi di richieste «straordinarie». Peraltro Meloni ha detto che se davvero dovesse arrivare una richiesta dal Pentagono, lei la girerà al Parlamento che potrà votare ed esprimersi come meglio crederà. Anche questo fa parte di quell’offerta di coinvolgimento delle opposizioni che la premier ha ripetuto sia alla Camera che al Senato: è disposta ad aprire un tavolo a palazzo Chigi con le minoranze parlamentari per valutare insieme il da farsi, cosa che per una democrazia funzionante sarebbe normale in caso di eventi come una guerra. Ed è sicuro che questo stesso invito sarà rivolto dal Capo dello Stato al governo nella riunione del Consiglio supremo di difesa che si riunirà alla vigilia del vertice europeo.
Quanto alle conseguenze economiche delle bombe che stanno martoriando il Medio Oriente, i provvedimenti che il governo vuol prendere sono noti: in primo luogo l’accise mobile, ossia il trasferimento dell’extragettito dell’Iva, dovuto all’aumento del prezzo dei carburanti alla pompa, per calmierare le accise che gravano sulla benzina. E poi una possibile sovrattassa a carico delle società petrolifere che in questo momento stanno realizzando degli extraprofitti. Per il primo provvedimento bisogna aspettare che l’extragettito dell’Iva si accumuli; per il secondo si tratta di capire come fare per applicarlo con successo, cosa non del tutto scontata.
Le opposizioni: dicevamo che, fallito il tentativo di presentare un’unica risoluzione, ognuno è andato per conto proprio. Una certa novità l’ha rappresentata il centro – ossia Renzi, Calenda, Casini, e +Europa – che hanno presentato un testo comune non del tutto dissimile da quello della maggioranza tanto è vero che ha raccolto un parere favorevole da parte del governo.
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