Tempi duri per i “pontieri»” in questi tempi di politica estera impazzita. Giorgia Meloni si trova nei pressi del momento che tanti attendevano da tempo, e cioè quello di una scelta tra Trump e gli europei, tra la fedeltà politica, più che agli Stati Uniti in quanto tali, al leader della destra globale e il tradizionale europeismo dell’Italia. E, presa nel mezzo dei dazi e dei controdazi che tra (ex?) alleati si stanno minacciando intorno al possesso della Groenlandia, per la prima volta, da quando Trump si è insediato, la premier usa nei confronti del tycoon parole di dissenso: «Non condivido la minaccia di imporre dazi a quei Paesi che hanno inteso testimoniare la difesa della Groenlandia: è un errore».
Frase immediatamente dopo ammorbidita con la certezza che tra Washington e l’Europa ci sia un (improbabile) «errore di comprensione e di comunicazione», e ulteriormente sminuzzata con l’assicurazione che gli Stati che hanno mandato i soldati sull’isola «non l’hanno fatto per dare un segnale agli americani» ma ad altri soggetti potenzialmente ostili come Russia e Cina. E anche questa è una nota diplomatica cui nessuno evidentemente può credere, ma così si usa.
Sta di fatto che dopo tante traversie dalla seconda elezione di Trump, e dopo tante prove di abile equilibrismo, questa volta la premier italiana ha rischiato di trovarsi schiacciata in un angolo, e ha dovuto fare la sua scelta: e ha scelto l’Europa. Ciò fa dire ad un altro che sa usare le parole della diplomazia, Antonio Tajani, che proprio sulla Groenlandia «l’Italia può svolgere un ruolo di mediazione», nel mai dismesso tentativo di diventare pontieri tra le due sponde dell’Atlantico che però, allontanandosi sempre più, rendono ardua la missione delle colombe e agevole il volo dei falchi.
I quali ora, dalla parte europea, minacciano di far scattare i mai smentiti controdazi verso gli Usa che aspettano solo di essere tirati fuori dal cassetto. Per farlo, serve però il via libera dei capi di Stato e di governo e per questo il presidente del Consiglio europeo Costa ha convocato una riunione straordinaria per dopodomani. È probabile che in quell’occasione Meloni cercherà di frenare la tentazione di dare la risposta più dura possibile a Trump, come vorrebbe la Francia di Macron facendo partire dei dazi verso l’America per 93 miliardi e denunciando l’accordo dell’estate siglato in Scozia da von der Leyen.
Insomma, per il centrodestra italiano non è un momento facile con tutti i motivi di scontro internazionale che sono sul tappeto, e con le divisioni interne proprio sulla politica estera: dall’intervento di Trump in Venezuela («legittimo» per Meloni), alla costosa ma ambita partecipazione al “board” sulla ricostruzione di Gaza, fino agli aiuti armati (ma sul testo dell’ultimo decreto non c’è scritto per non provocare l’ira di Salvini) all’Ucraina. Dentro la coalizione c’è sempre una Lega che tanto ribolle da gioire (Claudio Borghi) per i dazi in più che Trump vuole porre a francesi, tedeschi, inglesi per la Groenlandia. Esultanza che scandalizza il ministro Crosetto che si chiede che senso abbia festeggiare l’indebolimento di nostri alleati e partner commerciali.Le opposizioni protestano, parlando di «servilismo» del governo verso gli Stati Uniti, e chiedono che Meloni riferisca in aula prima di andare a Bruxelles per il Consiglio europeo (peraltro è una prassi che prevede anche una riunione al Quirinale). In quell’occasione Schlein e Fratoianni&Bonelli pretenderanno una netta presa di distanza dalla Casa Bianca mentre Conte di certo ricorderà che lui, quando era a Palazzo Chigi, sapeva «come farsi ascoltare da Trump».
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