Che la sanità sia malata, dentro e fuori le strutture, è una diagnosi inconfutabile, fattuale, come direbbe il Feltri di Crozza, condivisa dal sempre più vasto popolo dei pazienti, inevitabile conseguenza di un tramonto che ha spostato le lancette dell’orologio.
E non si tratta di un fenomeno percepibile e percepito, ma di un dossier ricco di dati e di prove vissute sulla pelle: insomma, una patologia di sistema. Come dire che negli ultimi lustri la Ferrari di Formula Uno è una ciofeca e che le farmacie sono affollate più delle edicole. Prendo spunto, come sempre più spesso mi capita, da numeri eloquenti, usciti sulla ruota di Lecco e dintorni. Pochi giorni fa, il Centro Unico delle prenotazioni è andato in tilt, rendendo ancor più drammatico il calvario per assicurarsi una visita specialistica. E di questo passo come tacere delle centinaia e centinaia di cittadini che in questi mesi si sono trovati senza medico di base? E qui casca l’asino. Senza volermi accanire sulla categoria, potrei portare esempi a go-go capitati ad amici e conoscenti. Ne cito uno emblematico: un’amica quarantenne affetta da un malessere diffuso che durava nel tempo si è recata dal medico che gli era stato appena assegnato. Anzi, che aveva scelto nella lista di candidati disponibili. Ebbene, la visita è durata sei minuti, in piedi e senza togliersi il cappotto e davanti alle sue richieste di chiarimenti, il signor dottore l’ha liquidata come fosse una Testimone di Geova al citofono la domenica. Allora mi chiedo: non era questa un’ opportunità per un’anamnesi del paziente e per un accertamento dei parametri fondamentali, tipo la misurazione della pressione e l’auscultazione dell’apparato respiratorio, visto il boom di bronchiti e polmoniti che dopo la pandemia sono cresciute a livello esponenziale?
Va da sé che davanti alla febbricola che l’ha colpita il giorno dopo, si sia rivolta al Pronto soccorso. Moltiplicate questo fattore per mille e si capirà, al volo, come può succedere che la catena di montaggio della salute vada a farsi benedire. Non c’è neppure da stupirsi, ma lo stesso mi scandalizzo, quando sento che qualche cittadino trascorre qualche ora relegato in una stanzetta e o nella sala d’attesa, a macerarsi tra dolori e angoscianti dubbi. Uno sguardo e una parola di conforto varrebbero l’effetto di un placebo. Sul tamburo della cronaca potremmo comporre una rapsodia ispirata alle campane a morto delle vittime del Covid e di quella stagione che elesse medici e operatori a eroi, circondandoli di un’aura quando non un’aureola dorata per poi lasciarli nel quotidiano oblio con turni massacranti, come quelli iconici dei camici piegati in due dalla stanchezza, quando sfilavano le bare e in testa alle hit parade musicali c’erano le sirene delle ambulanze.
Non ci faremo più sorprendere da un agguato virale e investiremo nella sanità ingenti risorse: promesse corroborate dai fondi del Pnrr , sbocciati da quell’emergenza e poi dirottati su altri terreni già satolli.
Tornando ai medici di base, va fatto notare, senza ovviamente fare i conti in tasca a nessuno, che le norme prevedono un massimale di pazienti che viene spesso travalicato con l’inevitabile esito che le visite vengono espletate via mail o a ritmo di rock. Come non rimpiangere il dottor Guido Tersilli, medico della mutua, film tratto dal libro di Giuseppe D’Agata, medico e parlamentare socialista, nel quale Alberto Sordi, cinico e avido di pazienti ed emolumenti, passava da un paziente all’altro alla velocità della luce. Immagini da riproporre ai giovani medici, rese familiari anche dalle marcette sudamericane firmate da Piero Piccioni. Sì, quello coinvolto nel giallo Montesi. Dai miei appunti esonda una casistica senza fine, ma siccome lo spazio sarebbe limitato anche per Alessandro Manzoni, ricordo che un altro elemento dirompente è la “sapienza” spesso ostentata dai pazienti che ormai si fanno diagnosi tanto dettagliate quanto velleitarie, quasi sempre attinte all’inesauribile miniera di ChatGpt.
Sarà l’età, ma sempre più s’insinua la nostalgia dei tempi andati, quando la medicina era lontana dalle conquiste tecnologiche e il medico condotto era un perno delle famiglie come il prete e il farmacista lo erano dei borghi. Mi culla l’amara ironia di chirurgo prestato alla canzone, quell’Enzo Jannacci che dopo aver esercitato la professione con scrupolo pari alla sua genialità, al punto che nelle ore più disparate del giorno e della notte visitava a domicilio lasciando la Vespa o la bici incustodite sotto casa dei pazienti. Ma l’uomo era così onesto nell’animo che, preso dalle note e dalla passione travolgente per il cabaret, si ridusse i pazienti scusandosi col dire: “non li posso seguire come vorrei”. E l’umorismo galoppava: “Il paziente sta bene nonostante le cure prestategli”, scriveva sulle dimissioni.
Due righe da far circolare sulle chat con l’intesa che occorra tornare ad una medicina ad personam, magari semplificando protocolli e riducendo la platea degli ipocondriaci.
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