C’era una volta il tempo delle mele. Ora è il tempo delle lame.
Mesi fa un’amica di mia figlia mi aveva confidato i suoi timori di mamma: il figlio, da poco adolescente, le aveva confessato che tra coetanei girare con un coltello in tasca era la normalità. Ho pensato a un’esagerazione: da quando i parchetti sono diventati una giungla urbana? Da quando le vie della città si sono trasformate nel set di Arancia meccanica? Più volte abbiamo provato a relegare questi allarmi a impeti iperbolici, a scenari lontani dalle nostre latitudini. Oggi i fatti raccontano che, in generale, la situazione è sfuggita di mano.
A Lecco, una settimana fa, c’è scappato il morto. Un ventenne egiziano, senza fissa dimora, è stato accoltellato da un nordafricano maggiore di cinque anni; per futili motivi, si dice in gergo, legati al rigurgito di gelosie passionali e al bollore degli spiriti repressi. Si fa presto a dire “maranza”: qualche precedente alle spalle, il pasto alla Casa della Carità, i giubbetti firmati rubati, le notti passate dove capitava; insomma, un’esistenza ai margini della società a rincorrere i vacui e irragiungibili modelli imposti dalla subcultura dei social. Ma sbaglia di grosso chi pensa che i coltelli siano la prerogativa dei minori non accompagnati o delle seconde generazioni. Il giorno dopo, nella ridente Valmalenco, un ventenne brianzolo, al culmine di una lite, ha spedito al pronto soccorso un amico colpendolo con un tirapugni a lama retrattile.
Un nuovo stile, meglio uno stiletto, si fa strada tra gli adolescenti – una parentesi di vita sempre più lunga, che inizia ormai quando si scopre la vera identità di Babbo Natale e finisce alla soglia degli Anta – del quale si è occupato anche il Governo, con un decreto ad hoc, con la pretesa di entrare nell’animo e nella mente della gioventù accorciando la lama. Come abbassare i limiti di velocità delle auto per arginare la febbre del sabato sera. Palliativi che durano lo spazio di un mattino e gli applausi sgradevoli ai funerali, finendo solo per intasare le aule dei tribunali e i pronto soccorso.
A proposito di coltelli non può non tornarmi alla mente il mio primo pezzo sul Corriere della Sera, mezzo secolo fa, commissionato per esaltare le fucine di Premana, regno di forbici e coltelli che teneva il passo dei colossi del ramo di Solingen in Germania e di Toledo in Spagna. Conoscevo questo paese abbarbicato sulle montagne, ma fervido di intraprendenza, tenacia e voglia di conoscere il mondo. La saldezza delle radici forgiava giovani capaci poi di misurarsi oltre il ponte costruito dalla Provincia di Como che tolse quella comunità dall’isolamento. Sono rimasto legato a quella storia di uomini e di botteghe e mi torna alla mente l’incipit di una filastrocca mostratomi dal presidente di un consorzio. Recitava così: “Forbici e temperini non vanno bene in mano ai bambini, ne altri simili strumenti offensivi e taglienti”. Una lezione ante litteram dal sapore deamicisiano e che non esiterei a mettere come insegna nelle classi della prima elementare.
E allora, intrecciando i ricordi di quel passato e i brividi di un presente inquietante, davanti a questi moschettieri di strada, questi arrotini blasfemi, questi emuli griffati di antieroi del fumetto, mi concedo una provocazione: se ai giovani – stranieri o italiani che siano – piacciono così tanto i coltelli, imparino a costruirli, dove affilare l’acciaio è un’arte. Sono convinto che riempirebbero meglio le loro giornate e contribuirebbero a esportare una tradizione che nessuna multinazionale potrà mai cancellare. So bene quanto sia pericoloso e sproporzionato ogni parallelismo con il teatro delle bombe che imperversano oltre la nostra immaginazione, ma se i venti di guerra annunciano catastrofi atomiche, a noi tocca preservare quegli scampoli di umanesimo minacciati dalla brezza dei coltelli. La sindrome del mignolo rotto, eletto a ombelico del mondo, ci rende miopi ed egoisti, ma forse è proprio perché abbiamo trascurato una buona semina che non siamo più in grado di raccogliere una primula di campo. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.
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