Sovranita’ i paesi ue di fronte al bivio

Ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz è arrivato a Roma al vertice italo-tedesco con una certezza. Il rischio di una crisi economica internazionale sarebbe esiziale per gli equilibri politici del suo governo. Con Meloni condivide la prudenza nell’approccio al narcisismo di Donald Trump. In questo Roma e Berlino si toccano. All’Italia la vicinanza della Germania fa bene. Ieri lo spread è sceso a 60,7 punti, il rendimento sui titoli tedeschi è salito al 2,9%. La parola d’ordine è: concentrarsi sull’Europa. Una delegazione di dieci ministri ha sottolineato la necessità di una sinergia sinora mancata soprattutto nel potenziamento della competitività secondo le direttive del rapporto Draghi. E sulla difesa a Villa Pamphili si evidenzia la necessità di portare avanti le collaborazioni rafforzate sull’esempio di Rheinmetall e Leonardo nei carri armati.

In questo approccio egualitario si evidenzia anche la distanza da Parigi. Il governo Merz è assertivo nel non concedere ai francesi la primazia rivendicata da Parigi. Il nuovo governo di Berlino si considera gigante economico con ambizioni politiche. Il cancelliere ha più volte ribadito l’ambizione in ragione della forza economica della Germania ad avere il ruolo guida in Europa. Adesso, in piena crisi, passa sotto tono, ma a Roma farebbero bene a non abbassare la guardia.

Verrebbe da dire che alla fine ha ragione Emmanuel Macron a chiedere agli europei una postura muscolare verso l’arroganza americana. Senonché i francesi, dietro la parola Europa, intravedono il sogno nascosto di una dominance sul vecchio continente coltivata dai tempi di De Gaulle. Il progetto FCAS di un aereo supersonico di sesta generazione comune franco-tedesco è fallito per la pretesa di Parigi di avere tutti i diritti in esclusiva. Anche le medie potenze soffrono della sindrome americana nel voler essere prime a tutti costi.

Solo la diffusa percezione di essere diventate prede degli americani da una parte, in modo più felpato dei cinesi dall’altra, con in mezzo l’invasione russa dell’Ucraina e il pericolo di un allargamento all’intera Europa, costringe tutti i 27 alle rinunce. Quelle alla sovranità. Il prezzo da pagare per far fronte ad un nemico comune. Per i tedeschi, per esempio, dare il via libera ad Unicredit nella sua scalata a Commerz Bank potrebbe essere un gesto di buona volontà. Hanno appena firmato un protocollo in cui si ribadisce un mercato unico dei capitali. E quindi la creazione di campioni europei in grado di competere con altri attori internazionali. Alla fin fine anche in Italia si è aperto ad un Banco Bpm targato Crédit Agricole.

È su questi dettagli che poi si gioca la partita della tanto evocata competitività. Merz nel suo intervento a Davos ha insistito nel considerare la Nato indispensabile. Quello che in Meloni è sentire ideologico nella difesa di un Occidente condiviso con Oltreatlantico, in Merz è tattica. Sa di dover prendere tempo. L’irritazione verso l’arroganza di Washington è diffusa in Germania e non solo nelle frange estreme.

Peter Rough dell’Hudson Institute, prestigioso centro di ricerca vicino ai repubblicani, è un conservatore, non un trumpiano, ma non ha dubbi: gli europei sono deboli e devono stare al gioco del più forte. Tutto vero, su un punto però l’Europa avrebbe carte da giocare. Un debito pubblico Usa di 38 trilioni di dollari, 30 dei quali in titoli del tesoro sparsi in tutto il mondo. La Danimarca dopo le minacce trumpiane sulla Groenlandia aveva cominciato a vendere tutti i treasury bond che aveva in pancia. Deutsche Bank, tramite un suo funzionario, aveva accennato alla stessa possibilità anche per la Germania. Ma si è spaventata del suo stesso coraggio. Subito il ceo Christian Sewing ha telefonato a Scott Bessent, segretario al tesoro americano, per scusarsi. I tedeschi sono diventati piccoli. Aspettano solo tempi migliori. Poi presenteranno il conto.

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