Tecnologie il pensiero critico da tutelare

Autonomia cognitiva è la capacità di elaborare informazioni e formare un giudizio indipendente legata al diritto di critica inteso come facoltà di esprimere liberamente la propria valutazione.

La libertà cognitiva – ci ricorda Max Weber – risiede nella capacità di giudicare, filtrare la realtà quotidiana e nel poter decidere in libertà e non determinati - direbbe oggi – dagli strumenti tecnologici. Il diffondersi degli strumenti di comunicazione di massa e, di recente, dell’intelligenza artificiale rende sempre più pressante la necessità di inserire l’autonomia cognitiva tra i diritti fondamentali dell’uomo.

Si incorre, nebulosamente, nel rischio che venga carpita una sorta di delega cognitiva e nel rischio di atrofia del nostro pensiero critico con cui essere preparati ad affrontare e a giudicare situazioni complesse e impreviste.

Affrontare simili situazioni richiede tempo e fatica. La personalizzazione delle nostre scelte risponde alle nostre aspettative.

L’intelligenza artificiale lo fa per noi in modo più veloce, persuasivo e avvolgente. Non ci si può, perciò, esimerei da chiedersi se la velocità e la minor fatica, messe nel piatto dall’intelligenza artificiale, possano portare a una standardizzazione della conoscenza. I nuovi algoritmi inducono a scegliere cosa guardare sulle piattaforme di streaming, aiutano a pianificare il lavoro, a stendere testi, a scrivere email, consigliano cosa leggere e cosa acquistare e, a volte, anche come gestire una conversazione.

Non si può togliere alle persone la libertà e la responsabilità conoscere porta con sé.

L’intelligenza artificiale sta diventando o, forse più correttamente, è ormai diventata una componente integrante della nostra vita. Sta incidendo sul modo di lavorare, di apprendere, di decidere e di interagire. Si deve, però, annotare che il contribuire a semplificare la vita e ad alleggerire il carico mentale hanno un “costo”. Si riduce il nostro pensiero critico. La costruzione/arricchimento di tale pensiero richiede fatica e mantenere attive le nostre competenze riflessive.

Trattasi di un’influenza che può dare corpo a un processo automatico e implicito (offloading) che induce a delegare a strumenti esterni compiti cerebrali quali ricordare, organizzare, progettare, creare, combinare e ad accettare, acriticamente, risultati come buoni, a non riflettere sul risultato raggiunto. Si obietta che l’intelligenza artificiale fa sì che si possa esplorare campi non accessibili alla mente umana.

Questa conquista non può essere in nessuno modo utilizzate per giustificare una riduzione dello spazio alla riflessione critica. Anzi, tale spazio di riflessione deve essere rafforzato poiché solo in tal modo diventa possibile di valutare l’attendibilità di una fonte, le conseguenze di una scelta, le strategie comunicative, un percorso decisionale prima darvi concretezza.

Va evitata la “sonnolenza” cognitiva che colpisce in forma forte i giovani. Vanno, perciò, ripensate con e non per i giovani (e non solo) l’educazione e le sue modalità, l’apprendimento diretti meno all’informazione quantitativa e più quella diretta all’informazione qualitativa e alla capacità di critica. Si deve fare bilanciare l’uso dei nuovi software con lo sviluppo delle competenze analitiche indipendenti.

La tecnologia non deve sostituire l’immaginario umano ma accompagnarlo. Serve ed è utile ma non deve farci dimenticare che siamo persone che pensano.

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