Terrorismo I primi magistrati uccisi

Francesco Coco, Procuratore generale di Genova e Vittorio Occorsio, sostituto Procuratore di Roma, sono stati i primi magistrati uccisi, a un mese di distanza l’uno dall’altro, dal terrorismo italiano, che cinquant’anni fa lanciò un doppio attacco eversivo allo Stato. Gruppi armati clandestini dell’estrema sinistra, brigatisti, e dell’estrema destra (neofascisti) nel 1976 cominciarono a sparare sui simboli del “regime”. Con l’esecuzione di due magistrati, Francesco Coco, ucciso a Genova l’8 giugno insieme a due uomini della scorta, e Vittorio Occorsio ucciso a Roma il 10 luglio, i terroristi fecero il salto di qualità.

Le Brigate rosse avevano già effettuato il sequestro del pubblico ministero genovese Mario Sossi, considerato un “pupillo” di Coco, rapito nell’aprile del 1974, colpendo per la prima volta la magistratura. Sossi venne liberato dopo oltre un mese di prigionia in cambio della promessa di rilascio di alcuni detenuti della banda anarco-comunista XXII ottobre, messi sotto processo dallo stesso Sossi. La Corte d’Assise d’appello aveva dato la libertà provvisoria, ma il Procuratore generale Coco impugnò la decisione e la Corte di Cassazione bloccò le scarcerazioni. Due anni più tardi le Br si vendicarono uccidendo Coco mentre tornava a casa dal suo ufficio per il pranzo. Insieme a lui furono ammazzati anche i due agenti di scorta Antioco Dejana e Giovanni Saponara. L’assassinio politico diventò la loro nuova strategia, quella che porterà poi al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro.

La strage fu rivendicata poco dopo con una telefonata al “Secolo XIX” e l’indomani con un volantino nel quale si affermava tra l’altro che “Il proletariato ha una pazienza infinita e una memoria prodigiosa, alla fine niente resterà impunito”. “Con Coco le Br non sono più sulla difensiva ma passano all’offensiva”, dirà Prospero Gallinari dalla gabbia del processo ai capi brigatisti arrestati. Mentre Raffaele Fiore, uno dei killer della strage di via Fani, dichiarava: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”.

Francesco Coco, nato a Terralba il 12 dicembre 1908, in Sardegna, è stato il primo magistrato italiano ucciso dal terrorismo. Aveva lavorato anche in Sicilia dove era andato a indagare sull’omicidio del Procuratore Pietro Scaglione, primo magistrato assassinato dalla mafia nel 1971. L’omicidio di Coco fu rivendicato anche dai brigatisti detenuti a Torino dove in Corte d’Assise era in corso il processo al cosiddetto “nucleo storico” dell’organizzazione.

Coco era una toga vecchio stampo, noto per essere un conservatore, etichetta che non disdegnava con una precisazione: “Se significa osservare la legge, allora sì, lo sono e me ne vanto, di fronte a tanti progressisti sbagliati e rovinosi”. Era una persona integerrima nel lavoro che considerava una vera e propria missione. Esercitò le sue funzioni sempre con alta coscienza morale, con dedizione appassionata e con coraggio, come dichiarò il Presidente della Repubblica Giovanni Leone nel discorso di omaggio alla sua memoria nel giugno 1976.

Un mese dopo, il 10 luglio, un altro magistrato, Vittorio Occorsio, che era appena salito in macchina per recarsi in ufficio, veniva colpito da una pioggia di proiettili sparati dal mitra impugnato da Pierluigi Concutelli, comandante militare di Ordine nuovo, che prima di fuggire sulla moto guidata da un complice, lasciava sul posto un volantino, sul quale era scritto: “La giustizia borghese si ferma all’ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre”. Occorsio, che con le sue inchieste aveva portato allo scioglimento di Ordine nuovo per violazione del divieto di ricostituzione del partito fascista, stava ultimando i capi d’imputazione del processo “Ordine nuovo bis”, ma soprattutto aveva esteso le indagini ai rapporti tra estrema destra, malavita comune e massoneria “deviata”. Il sicario di Occorsio fu arrestato sette mesi più tardi in un covo a Roma dove teneva armi e soldi, alcuni provenienti dal riscatto di un rapimento fatto da Renato Vallanzasca, che a sua volta aveva legami con il “clan dei Marsigliesi”. Anche i neofascisti non vollero essere da meno e, dopo aver compiuto diversi attentati, avevano cominciato a sparare sui magistrati.

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