Un paese liberale non censura gli artisti

Nel marzo 2022, poche settimane dopo l’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina, l’università Bicocca impedì allo scrittore, critico e saggista emiliano Paolo Nori di tenere un corso, già programmato da tempo, sui romanzi di Dostoevskij.

La mail firmata dal rettore, talmente stupida, talmente gretta, talmente pavida da essere vera, sosteneva che lo studio di quell’autore “avrebbe potuto creare delle polemiche, anche interne, in questo momento di forte tensione”. Nori, che è uno dei massimi esperti italiani della materia, oltre a essere un intellettuale molto colto e molto simpatico - celebre un suo aforisma: “Io amo follemente due cose che fanno piangere: la letteratura russa e le partite del Parma” - mandò in onda un video (reperibile in rete) nel quale denunciava, in lacrime, lo sfregio, l’umiliazione, la vergogna di un’istituzione culturale, un’università, che riteneva lo studio di Dostoevskij pericoloso per le sorti della democrazia.Dostoevskij. Dostoevskij , gigante della letteratura di ogni epoca e pure condannato a morte per aver criticato il regime zarista, pericoloso per la democrazia. I cervelloni della Bicocca, travolti dalle polemiche, trovarono una soluzione ancora più geniale. Sì al corso su Dostoevskij, ma “riequilibrato” dall’analisi di alcuni autori ucraini. Nori ovviamente rifiutò e la Bicocca venne sommersa dalle risate dei pochi italiani che non avevano ancora portato il cervello all’ammasso. La prevalenza del cretino, come scrivevano Fruttero&Lucentini. Quando poi il cretino si ammanta della veste accademica diventa un cretino al cubo.

Bene, non paga dell’immensa figuraccia di cui sopra, l’ipocrisia fanghigliosa e tartufesca dei nostri sedicenti statisti si è ora riversata sulla Biennale di Venezia, con tanto di ingiunzione del ministro Giuli, che sarebbe quello che, in quanto intellettuale post fascista, avrebbe dovuto finalmente spazzare via il conformismo sinistroide che ha sempre spadroneggiato in campo culturale e bla bla bla, al presidente della Biennale Pierangelo Buttafuoco, tra l’altro curiosamente intellettuale post fascista pure lui, di non ospitare la delegazione russa all’Esposizione, sempre a causa del conflitto ucraino di cui sopra, con tanto di perplessità del nostro governo tutto di un pezzo e indignatissima indignazione color malachite dell’Unione europea, che minaccia di tagliare i fondi alla kermesse perché “la cultura deve promuovere i valori democratici, non rispettati nella Russia di oggi”. Quindi la poltrona di Buttafuoco è a rischio, Giuli minaccia di cacciare questo e quello, volano gli stracci, i media la buttano in caciara e via andare con il Circo Barnum.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza. Punto uno: la Biennale non ha invitato nessuno perché la Russia possiede già un padiglione nazionale ai Giardini. Punto due: se la Biennale dovesse impedire alla Russia di partecipare, in quanto paese aggressore e non democratico, allora dovrebbe fare lo stesso - giusto per buttar lì qualche nome - con Cina, Cuba, Turchia, Emirati Arabi, Etiopia, Siria, Iran, Pakistan, Congo eccetera. Punto tre: per decenni a Venezia sono stati ospitati al completo gli Stati dittatoriali dell’Est Europa, dall’Urss alla Germania dell’Est a tutti gli altri, note culle di democrazia e di non aggressione. Punto quattro: l’intransigenza è sorella siamese dell’ipocrisia, le opere degli artisti russi si dovrebbero giudicare dopo averle viste e solo dopo saremmo autorizzati a dire che sono figlie della più bieca propaganda putiniana, perché una civiltà liberale non identifica mai un individuo con il suo governo. Ma parlare di cultura liberale nell’Italia delle vongole, dei tromboni e degli amichetti è, come noto, tempo perso.

Ed è proprio l’ultimo punto quello più importante. L’artista “è” la sua opera. E nulla ha a che fare con la sua vita privata, le sue convinzioni politiche, il presidente del consiglio o il dittatore del suo paese. Leni Riefenstahl era leggerissimamente nazista, Robert Brasillach era leggerissimamente collaborazionista, Mario Sironi era leggerissimamente fascista, Pasternak, Majakovskij, Bulgakov, Bogdanov erano leggerissimamente comunisti e leninisti. Per non parlare di Céline, che era leggerissimamente antisemita, e Borges, che era leggerissimamente favorevole al regime dei generali argentini. Embè? Che ha a che vedere questo con la loro opera? Il mondo dell’arte è colmo e stracolmo di geni assoluti infatuati, ipnotizzati, stregati da luridi e schifosissimi tiranni. Ma questa è la loro vita, di cui non ci importa un fico secco. Resta il dono immenso, inarrivabile della loro arte. Maradona poteva anche essere grezzo e sgradevole come persona, e poco ci interessa, ma è stato il più grande calciatore di sempre. Ed è quello e solo quello ciò che lo definisce. E invece qui, nel corso degli ultimi anni, siamo stati così ottusi, così caproni e così manichei da dire no a un direttore d’orchestra russo alla Reggia di Caserta, a un cantante israeliano all’Eurovision e alle bandiere nazionali alle Paralimpiadi, perché anche questo siamo riusciti a fare, accapigliarci sullo sport di chi sta in sedia a rotelle. Farisei. Filistei. Sepolcri imbiancati.

L’arte, lo sport, sono “altro” rispetto alla politica. È così semplice. Lo capiscono tutti. Tutti. Ma proprio tutti. Tranne i giornalisti, che invece se ne stanno lì tremebondi per il terrore di prendere parte a polemiche che non siano già vinte in partenza e che gli permettano, magari, di fare qualche scatto di carriera come reggicoda dei padroni del vapore. E tranne il ministro Giuli, che pensa che bastino i favoriti, la prosa dannunziana e il vestiario dandy per fare di lui un intellettuale controcorrente mentre poi, quando arriva la resa dei conti, si muove anguillescamente come un Mariano Rumor qualsiasi.

D’altronde, come avevamo già detto in altra occasione, questo è uno dei non pochi errori del premier. Non bisogna mai affidare incarichi di governo ai giornalisti. Che, notoriamente, già non sanno fare il loro di mestiere. Figurarsi quello degli altri.

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