Lecco, Teatro della Società: “Amadeus” per il debutto

Ferdinando Bruni protagonista della serata d’apertura della stagione. Il dramma di Peter Shaffer è basato sulla leggenda dell’avvelenamento

Lecco

Inizia domani sera alle 21 la nuova vita del Teatro della Società con il primo spettacolo di prosa della “Stagione delle emozioni”, dopo otto anni di chiusura: “Amadeus” di Peter Shaffer, regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, una produzione Teatro dell’Elfo, in replica domenica alle 21.

L’autore basa il suo dramma, del 1978, su una leggenda: Antonio Salieri, maturo e affermato musicista, avvelena per invidia il giovane genio Mozart. La leggenda che Peter Shaffer rielabora nel suo testo nasce probabilmente da un’invenzione di Puškin nel microdramma “Mozart e Salieri”.

Nello spettacolo, Antonio Salieri è interpretato da Ferdinando Bruni, cui si deve la traduzione del testo. Accanto a lui nel ruolo di Wolfgang Amadeus Mozart, c’è Daniele Fedeli.

Diciamo a Ferdinando Bruni che “Amadeus” inaugura il Sociale di Lecco dopo otto anni di chiusura.

«E’ una bellissima notizia e anche un onore, sono molto contento. So di esserci stato ma non ricordo con quale spettacolo e quanto tempo fa».

C’è molta attesa in città.

«Del tutto giustificata. Ripeto, è davvero una bella notizia che un teatro riapra invece di lasciare spazio a negozi e centri commerciali».

Come accadrà per i vecchi cinema di Lecco. Ma veniamo allo spettacolo. Perché Amadeus?

«Avremmo voluto farlo tanti anni fa e non ci siamo riusciti per una questione di diritti d’autore. “Amadeus” è stato il nostro mito, da giovani, da quando uscì il film di Miloš Forman. Ci aveva colpito la storia, ci aveva colpito molto la piega che Forman, ma prima ancora Shaffer, avevano dato alla leggenda di Puškin».

Quella dell’avvelenamento presunto.

«E’ in un microdramma, scritto solo cinque anni dopo la morte di Salieri, nel 1830, che si collega a pettegolezzi che c’erano stati ai tempi della morte di Mozart. Puškin ne fa un apologo sull’invidia».

L’affronto dell’artista più giovane e geniale al musicista di corte.

«Però Schaffer va oltre il rapporto di odio tra Salieri e Mozart. Lo scontro è fra Salieri e Dio, con cui il musicista aveva fatto un patto: sarò buono, generoso, casto, scriverò un sacco di musica sacra per lodarti, tu in cambio dammi il successo e la fama».

L’arrivo di Mozart cambia tutto.

«Salieri si sente tradito da Dio quando ascolta per la prima volta la musica di Mozart, quella di un genio, celestiale. Quindi lancia questa sfida a Dio: sarà una battaglia all’ultimo sangue tra me e te e il campo di battaglia sarà Mozart».

Mozart non è più solo oggetto di invidia.

«Diventa il tramite per sconfiggere Dio nella sua manifestazione più bella in quel momento. Il tema viene molto allargato, qualcosa che chi fa arte in generale sente molto, cioè la differenza fra l’essere anche bravi, anche talentuosi, e l’essere invece geniali, capaci di cambiare le carte in tavola».

La commedia, rispetto al film di Miloš Forman (otto Oscar quarant’anni fa), è diversa?

«La storia è raccontata molto bene, con risvolti teatrali forti, e un’invenzione bellissima, quella di Salieri narratore che chiede al pubblico di essere il suo confessore. Un entrare e uscire dalla storia che ci sono sembrati molto coinvolgenti e molto moderni».

A parte il godimento per la rappresentazione, cosa rimane al pubblico una volta fuori dal teatro? Possiamo chiedercelo per tutti gli spettacoli e per i classici ancora di più.

«Sono due i livelli. Uno più legato al testo, ovvero il senso di ingiustizia che si può provare a tantissimi livelli, di fronte a un collega più bravo, non necessariamente un artista. L’invidia pone la domanda: perché lui sì e io no. Un sentimento che coinvolge tutti e la cosa interessante del testo è che questo sentimento è soprattutto autodistruttivo. C’è un discorso morale piuttosto importante».

L’altro livello?

«Il pubblico diventa comunità. Ne parlavo prima, il fatto di rivolgersi direttamente allo spettatore, fa sì che il pubblico non si senta fruitore passivo come potrebbe essere al cinema, ma venga coinvolto».

Quanto è sfidante per un attore un personaggio come Salieri?

«E’ un personaggio scritto divinamente, una festa per un attore interpretarlo perché ha tanti registri, un percorso molto bello, molto interessante. Devo passare da un’età molto avanzata alla sua maturità più splendente, tra una battuta e l’altra passano 32 anni, ad esempio, con Salieri molto vecchio, prossimo alla morte, cadente, delirante, e un Salieri al culmine del successo alla Corte di Vienna. Nel giro di due battute».

Che ruolo ha la musica?

«Ovviamente ha un ruolo importante, centrale, con diverse citazioni e frammenti, molti suggeriti dall’autore nel copione».

Ad esempio?

«C’è un adagio in mi bemolle, il primo pezzo di Mozart che Salieri sente e che lo sconvolge. Poi ci sono frammenti de “Il ratto del serraglio”, “Le nozze di Figaro”, “Il flauto magico”, i pezzi che scandiscono la carriera di Mozart».

Non c’è il “Requiem” del film di Forman?

«No, ma non faccio spoiler. Abbiamo frammenti delle musiche di Salieri. A proposito, è molto più cattivo di quello del film. Malvagio nel finale».

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