Aziende in fuga dall’italia:«Servono incentivi stabili»
Enrico Vavassori, imprenditore lariano del settore meccanico, su difficoltà e prospettive del sistema produttivo. «C’è massima confusione sul futuro. Le imprese rallenteranno gli acquisti dall’estero per le incertezze sul Cbam»
«Servono politiche che incentivino le aziende a restare in Italia, a svilupparsi e ad investire, dato il rischio di deindustrializzazione che il nostro Paese sta correndo», afferma Enrico Vavassori, imprenditore del settore trafilerie e presidente di Confapi Lecco Sondrio, che traccia un quadro dell’economia territoriale sui prossimi mesi.
Guardando alla sua attività aziendale, quanto la sua azienda ha risentito negli ultimi mesi del quadro economico generale soprattutto in relazione ai rapporti commerciali con la Germania?
Per quanto ci riguarda, registriamo un 2025 con fatturato in calo sulla Germania, anche se nella parte finale dell’anno nei nostri rapporti con quel mercato, per noi da sempre importante, si è risvegliato un certo dialogo con i clienti, con nuove richieste e nuove dimostrazioni di interesse.
Non è facile dire se sia un risveglio dettato da una rinnovata fiducia nell’andamento dell’economia o se sia invece indotto da magazzini ormai vuoti e che, per non fermare le produzioni, hanno per forza necessità di essere ricostituiti. Di certo, in generale, tutte le aziende per le note ragioni congiunturali hanno abbassato i magazzini e ora devono rifornirsi. Sta di fatto che qualcosa di più si vede e che qualche nuovo ordine lo abbiamo portato a casa, ma diremo che è un segnale di ripresa solo se questo trend si manterrà per almeno sei mesi.
Come si prefigurano i prossimi mesi per le diverse categorie di aziende?
Sul futuro c’è la massima confusione. Ricordo che dall’1 gennaio è in vigore il Cbam (Carbon border adjustment mechanism, in sostanza la tassa sul carbonio per i beni importati da Paesi extra Ue, nda), contestato da più parti nel mondo dell’industria: come spesso accade a fronte di nuove normative complesse, non ci sono direttive precise.
Ci sono ancora forti interrogativi sul tipo di articoli che entrano nel Cbam e sugli importi applicati per l’importazione. Tutti vediamo un inizio anno confuso in cui le imprese, inclusi gli importatori che sono quelli che più danno fastidio ai produttori nazionali, rallenteranno gli acquisti dall’estero in quanto a fronte delle incertezze sul Cbam di fatto non si sa quale sarà in definitiva il loro costo.
Evidentemente importare in queste condizioni è economicamente rischioso?
Sì. Mi auguro che il Cbam ottenga l’effetto desiderato, fra cui riportare il costo degli articoli d’importazione realizzati in Paesi low-cost a un prezzo che permetta la competitività alle imprese italiane. Dentro questa partita ci sono i nostri fornitori di materia prima, cioè le acciaierie italiane ed europee che già stanno chiedendo aumenti a fronte, appunto, del fatto che se scegliessimo di comprare all’estero ora non sapremmo quale sarebbe l’impatto del Cbam, perciò molti non lo fanno. In tutto ciò i nostri burocrati di Bruxelles non hanno incluso nell’elenco sottoposto a Cbam alcuni prodotti finiti importanti, che ancora si possono importare senza alcun sovrapprezzo di tassa. E’ il caso dei chiodi, che ad esempio la mia azienda produce e che sono ampiamente prodotti anche all’estero, e mi chiedo che senso abbia in relazione agli obiettivi del Cbam. Come Confapi nazionale abbiamo presentato istanze a Roma e a Bruxelles su tali anomalie, ma non sono logiche rapide da cambiare. Non c’è chiarezza.
Le imprese investono sempre meno sul mercato interno?
Il mercato interno ha rallentato e le imprese per mantenere certi volumi che consentano di chiudere i bilanci in pareggio devono trovare nuovi sbocchi di mercato. In tal senso il nostro servizio estero è sicuramente un buon strumento per farlo, aprendo a mercati che fino a mesi recenti le aziende non erano interessati a sondare.
Il mercato interno è da tempo in frenata anche a causa dei bassi salari italiani, gli unici salari che in Europa sul lungo periodo anziché salire con adeguamento all’inflazione hanno perso potere d’acquisto. Quanto è pericoloso questo andamento per la ricchezza nazionale?
Confapi può darsi una medaglia sui rinnovi contrattuali, visto che nel 2025 i contratti sono stati aggiornati con gli aumenti, incluso il contratto dei metalmeccanici di Unionmeccanica, guidata a livello nazionale da Luigi Sabadini, che sarà chiuso a breve ma che lo scorso giugno ha aggiornato gli aumenti salariali. Consideriamo che certamente il nostro Paese ha un alto costo del lavoro e quello del cuneo fiscale è sempre un tema che condiziona il netto che rimane ai lavoratori in busta paga.
Non crede che nulla però impedisca alle aziende di pagare di più i lavoratori, visto che siamo l’unico Paese Ocse che in trent’anni non ha alzato i salari, anzi li ha visti scendere?
Quando è stato possibile lo abbiamo fatto: se andiamo a guardare i due anni molto positivi (il 2021 e 2022) tutte le aziende ne hanno avuto beneficio e proprio per questo tutti noi in Confapi abbiamo riconosciuto una parte di tali soddisfazioni anche ai nostri collaboratori.
Bonus una tantum però.
Visto l’andamento dell’economia certi aumenti non possono essere strutturali: in quel periodo tutte le aziende hanno guadagnato bene e hanno redistribuito ai loro dipendenti.
Cosa rischia il Paese per la perdita di 100mila italiani l’anno, in stragrande maggioranza giovani, che emigrano per migliori condizioni di lavoro e salario?
E’ un dato molto pericoloso. In questi giorni sentiamo riferire che il nostro Paese registra il massimo livello di occupazione e un po’ questo stupisce, visto che siamo in un momento in cui è evidente che il lavoro sta mancando e che i mercati sono in difficoltà. Certo bisognerebbe approfondire il dato sull’occupazione, i lavoratori dell’industria sono tutelati da contratti forti e duraturi. Tuttavia fra i giovani è cambiato anche il modo di affrontare la vita e il lavoro, con minor radicamento al territorio e la volontà di dare maggior spazio alla vita privata. Oggi è cambiato fra i nostri giovani il legame col lavoro e col territorio e sempre più spesso le aziende devono assumere extracomunitari, spesso bravissimi sul lavoro ma con problemi con la lingua italiana, ragione per cui in Confapi stiamo adeguando parecchio anche i nostri corsi di formazione, visto anche l’impatto che la conoscenza della lingua ha sulla comprensione delle norme di sicurezza.
Un suo parere sulla finanziaria che si è appena chiusa?
Come Confapi nazionale stiamo discutendo la fine dei fondi destinati alla transizione 5.0 e per i quali avevamo avuto lo scorso ottobre dal Mimit una promessa di integrazione in Finanziaria, ma non ci sono. Il nostro presidente nazionale ha scritto al ministro Urso per chiedere spiegazioni.
Come Paese dobbiamo riconoscere che a livello internazionale, nel parere delle agenzie di rating, abbiamo guadagnato posizioni. Ma mi chiedo anche se sia giusto enfatizzare questo aspetto, che può servire ad attrarre investitori esteri, lasciando in seconda battuta la creazione di una vera politica industriale nazionale a sostegno del Paese, visto il rischio di deindustrializzazione che corre il Paese. Da imprenditore dico che si deve puntare su questa seconda opzione, ai rating internazionali si pensi in un secondo momento, con una situazione generale più stabile.
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