Cronaca
Mercoledì 04 Marzo 2026
«La morte di Mahmoud ci interroga su queste vite invisibili»
Luciano Gualzetti, responsabile della casa della Carità: «La società deve trovare alternative a questi giovani che vivono fra di noi»
La morte di Mahmoud Amer, il ventenne ucciso a coltellate sabato sera a Lecco, riporta al centro una realtà spesso invisibile: quella dei giovani migranti che, diventati maggiorenni, si trovano improvvisamente senza un percorso di accompagnamento. Una storia che alla Casa della Carità di Lecco conoscevano bene, perché Mahmoud era uno dei ragazzi che frequentavano il servizio per una doccia e un pasto caldo.
A raccontarlo è Luciano Gualzetti, responsabile della struttura, che negli ultimi mesi aveva incrociato più volte il giovane.
«Per me era uno dei ragazzi molto giovani che si presentavano in mensa – spiega –. Arrivavano in gruppo e chiaramente tutti insieme creavano anche dei problemi, non era sempre facile gestirli. Poi però abbiamo iniziato a interrogarci su chi fossero davvero e su cosa si potesse fare di più per loro».
Con il tempo, racconta Gualzetti, è emerso il percorso difficile che molti di questi ragazzi hanno alle spalle. «Abbiamo capito che avevano una storia migratoria complessa. Erano stati ospiti di comunità per minori stranieri non accompagnati, nel caso di Mahmoud in una struttura della zona di Monza. Poi però, come accade spesso, al compimento dei 18 anni l’accompagnamento si interrompe e questi giovani si ritrovano improvvisamente soli».
Un passaggio delicato che, secondo la Casa della Carità, rappresenta uno dei punti più fragili del sistema di accoglienza. «Quando un ragazzo di 18 anni si trova in strada non ha molte alternative – osserva Gualzetti –. Spesso finisce per vivere di espedienti e a volte rischia di entrare nella rete della devianza o della criminalità. Nel loro caso non parliamo di persone con gravi reati alle spalle, ma di giovani con una grande sofferenza e senza prospettive, che si aggregano tra loro per cercare di sopravvivere».
La vicenda di Mahmoud, secondo Gualzetti, dovrebbe aprire una riflessione più ampia. «Questa tragedia ci dice che il sistema di accoglienza e integrazione non funziona fino in fondo, soprattutto per questi ragazzi arrivati da minorenni. Non c’è una vera prospettiva di accompagnamento verso la casa, il lavoro, l’istruzione, verso un futuro».
Per la Casa della Carità la risposta non può essere solo quella della sicurezza. «Affrontare questo tema soltanto da quel punto di vista non porta risultati, e lo stiamo vedendo. Serve invece più investimento sull’integrazione e su percorsi che aiutino questi giovani a costruirsi una vita».
Un impegno che, sottolinea Gualzetti, riguarda tutta la comunità. «Dobbiamo interrogarci tutti su cosa fare di più: le istituzioni, le agenzie educative ma anche il mondo delle imprese. Solo così possiamo dare a questi ragazzi la possibilità di avere un futuro e le condizioni per integrarsi davvero nella nostra società».
© RIPRODUZIONE RISERVATA