er chi suona la campana? Il punto interrogativo, va da sé, è superfluo. La vittima designata è la democrazia italiana, uscita con le ossa rotte dalle elezioni regionali in Veneto, Campania e Puglia.
Non c’è latitudine che tenga: monti, pianura, mari, Nord, Centro, Sud uniti dall’allergia alla cabina. Davanti ai risultati ampiamente prevedibili, col doge Zaia che esalta la Lega in Veneto, con De Caro che si conferma macchina di voti nel Tavoliere e Fico che incassa il raccolto dopo la semina autoritaria e clientelare di Vincenzo De Luca, ci sembrava doveroso soffermarci su questa deriva agonica che delegittima la politica. Tra l’altro, i vincitori hanno avuto come avversari i signori nessuno, come se a Sinner opponessero un maestro del circolo di tennis. Se la regola dei numeri (dei piccoli numeri) e delle percentuali di affluenza in caduta abissale, poco sopra il 40%, certifica la validità del voto e la traduce in poltrone, di sicuro a me torna stonato sentir coniugare il verbo vincere, perché nessuno può permettersi di cantar vittoria. E meno male che in questo caso il divario di consensi tra i candidati è stato così netto da escludere sofisticate interpretazioni, capriole linguistiche, teoremi da Azzeccagarbugli, conti della serva e riconteggi.
Eppure i bellimbusti che bivaccano nei talk televisivi hanno dedicato all’astensionismo un pigro accenno che somiglia molto a chi assimilava il Covid a un’influenza stagionale.
Non essendo in trattoria, né consigliere di Mattarella, a differenza di tal Garofani (già ribattezzato crisantemo) che ha tenuto banco una settimana per un giudizio inopportuno e a me ha prodotto l’effetto di uno starnuto in un Paese con la polmonite, mi sarei aspettato dal Presidente della Repubblica, impegnato ogni dì a consegnare al popolo pillole di saggezza sulla qualunque, un appello e magari la proposta di un minuto di silenzio per ricordare che la sua e nostra Repubblica sta perdendo quello spirito di partecipazione (nelle prime elezioni del dopoguerra votava il 93% degli aventi diritto) che ci distingueva da altre Nazioni europee.
Un analogo fenomeno di disaffezione lo sta registrando la Chiesa alle prese con il calo dei credenti e dei praticanti all’interno di quel processo di secolarizzazione, assai arduo da contrastare.
Come custode della Costituzione, il Sergio nazionale dovrebbe essere guardia e sentinella anche in virtù d’essere in cima alle classifiche di fiducia tra gli italiani che l’anno prossimo saranno chiamati a esprimersi sul referendum della giustizia. A tal proposito nessuno si scalderà perché essendo consultivo la soglia del quorum al 51% non è dirimente. Aggiungo che, a mio parere, sarà una sfida tra cittadini e magistratura e non tra centrodestra e centrosinistra.
Invece, abbiamo letto e sentito su giornaloni, emittenti, social le consunte analisi che ormai si reiterano a ogni appuntamento elettorale.
Chi parte da Pericle, chi da Tocqueville, chi da Lazar, sociologo in voga, e mette in scena teoremi, congetture, previsioni che ci fanno temere di essere alla vigilia di una “tirannide delle minoranze”.
Non uno che s’alzi con una proposta innovativa e concreta: non dico un gadget da allegare alla scheda elettorale, ma almeno una benemerenza per gli eroi che trovano tempo e coraggio di entrare nella cabina giusta.
Siccome escludo che i partiti eleggano la questione al rango di priorità, mi permetto di ricordare che di recente ho proposto un gazebo multicolore di sollecitazione e sensibilizzazione al voto in vista delle Comunali di primavera. A essere sincero ho ricevuto tre telefonate di esponenti di spicco delle segreterie politiche disponibili a mettersi in piazza.
Nelle elezioni locali c’è la possibilità di una sorta di contagio, di contatto con il vicino di casa o di lavoro, verso i quali promuovere un’azione di convincimento, fondata sui piccoli e grandi disagi quotidiani e sui rimedi per risolverli. E magari anche sui risultati ottenuti. L’idea non mi sembra peregrina, anche se temo l’effetto Garlasco e famiglia nel bosco: due vicende drammatiche e pruriginose capaci di sedurre e dividere gli italiani a reti unificate, laddove invece sarebbe utile e necessaria un’educazione civica all’insegna della partecipazione, in nome di quel dovere (non obbligo) previsto dalla Costituzione.
Insomma, c’è un allarme in democrazia che non può giovare né fare onore ai partiti di massa e che forse sta bene solo a chi con l’uno per cento, grazie alla capacità di infiltrarsi in una coalizione, riesce comunque a scroccare uno scranno in parlamento. Non state a lambiccarvi il cervello, non è un quiz alla Mike Bongiorno perché la risposta è facile facile e si legge “Noi moderati”, ultima versione dell’onorevole Maurizio Lupi che da furbissimo milanese è approdato in Brianza a raccogliere frutti senza la fatica della semina.
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