La sfida dei consumi nella cina post globale

La turbo-globalizzazione è ufficialmente finita. La Cina ne ha preso atto e ha cominciato a costruire ora un percorso che ha l’obiettivo di garantire ancora in futuro al Paese modernizzazione, stabilità e crescita «efficiente». Ecco il nuovo Piano Quinquennale, il 15° (2026-2030), presentato a Pechino durante le «due sessioni» annuali del parlamento. Le domande poste erano: come rispondere alla fine della turbo-globalizzazione, costruita dalla fine degli anni Ottanta dagli occidentali, che - con i suoi punti di forza e con le sue storture - ha favorito l’ascesa della Cina? Quale strategia mettere in campo per convivere con le mutate dinamiche e sfide mondiali che cambiano di continuo repentinamente?

A questo punto, un attento lettore europeo potrebbe chiedersi: ma cosa sta succedendo? Da anni non si sono utilizzati fiumi di inchiostro per scrivere che nel 21° secolo saremmo diventati «tutti cinesi» come nel 20° «americani»? Tesi che veniva contrapposta a quella più recente che - con la fine della turbo-globalizzazione - «l’epopea mandarina è già finita»?

Come al solito la realtà potrebbe stare nel mezzo: si è esagerato in un senso o nell’altro. È tuttavia evidente che, prima o poi, qualcuno in Occidente sarebbe intervenuto per modificare dinamiche che stavano consegnando l’egemonia mondiale alla Cina. Quel qualcuno è stato il volubile Donald Trump che ha sempre visto in Pechino l’avversario da battere.

Cominciamo dai dati di partenza odierni, da cui si comprende che nell’ex «impero celeste» si sta bene con i piedi per terra. E si è consci che la Cina di oggi è diversa da quella che è cresciuta per decenni con Pil stellari. Ora si spera ad un più 5% annuo (che nel 2026 sarebbe il peggior risultato dal 1990!) in maniera da raggiungere i 20,4 trilioni di dollari di ricchezza prodotta.

Ma molto, lo si sa già, dipenderà dagli scontri commerciali con la Casa Bianca e dall’instabilità internazionale.

I veri problemi per Pechino sono la domanda interna definita come «stagnante», il basso tasso di fiducia dei consumatori, il tasso di disoccupazione urbana al 5,5%.

Xi Jinping, che utilizza la lotta alla corruzione per mantenere saldo il timone (almeno fino al 2027, anno in cui scadrà il suo terzo mandato), ha il gravoso compito di far diventare un popolo di risparmiatori, come quello cinese, in uno di consumatori se l’ex «impero celeste» vorrà ancora crescere economicamente. Il budget militare porterà via risorse rilevanti, ma le sfide globali necessitano tale impegno finanziario. Siamo a 275 miliardi di dollari, ben pochi rispetto agli oltre mille degli Stati Uniti.

Investimenti sapienti in settori strategici (come semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica avanzata, tecnologie quantistiche) serviranno a ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente entro il 2030. Si vuole, in breve, costruire un sistema di innovazione nazionale efficiente.

Il 15° Piano Quinquennale intende modificare, a dirla in parole povere, le fondamenta dell’economia cinese sostituendo o riducendo il peso dell’immobiliare, dello sviluppo delle infrastrutture e dell’export con la tecnologia, la manifattura avanzata e i consumi interni. Un cambiamento epocale con ripercussioni industriali e sociali interne. Un cambiamento che necessita anche di solide amicizie all’estero in presenza di un quadro internazionale in continua evoluzione.

I cinesi ci riusciranno? È difficile da pronosticare. Sarà comunque importante osservarli. In futuro la Cina potrebbe essere per l’Europa fonte di ispirazione e anche un’insperata opportunità.

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