Il lavoro scivola dal 2° al 6° posto. «Per i giovani il denaro è il tempo»

Capitale umano. L’ultima ricerca Engim fotografa un cambio culturale già in atto. Il professor Marini: «Non è che il lavoro non conti più, per la Gen Z ha valore nella misura in cui riesce a stare in equilibrio con il resto della vita»

Lecco

Un cambio di paradigma profondo. Anzi, un ribaltamento completo. «Ai colloqui di lavoro, oggi non sono più le aziende che dicono “le faremo sapere”. È esattamente il contrario, sono i giovani che faranno sapere se l’offerta di lavoro va bene. Perché? Se un tempo vigeva il detto “il tempo è denaro”, oggi per i giovani “il denaro è il tempo”. Le priorità che guidano queste scelte sono mutate radicalmente».

Daniele Marini, professore associato di Sociologia dei processi economici all’Università di Padova e direttore scientifico di Community Research&Analysis, traccia il quadro sulla base di un’intensa opera di ascolto. Quella condensata nel volume «Il futuro è il presente», curato da Marini ed edito da Guerini e Associati, che espone i risultati della seconda edizione dell’Osservatorio Giovani e Futuro, ricerca promossa dalla Fondazione Engim e curata da Community Research&Analysis. La pubblicazione mette in fila i risultati di una survey nazionale condotta su un campione di 3.874 studenti Engim (formazione professionale) e 634 studenti di alcuni istituti superiori, per indagare in profondità l’approccio al mondo del lavoro e il rapporto con le generazioni adulte. Un mutamento culturale «Sono urgenze che riguardano l’oggi, il presente, perché il cambiamento sta già avvenendo. I dati confermano quanto già individuato nel recente passato - spiega Marini -: le giovani generazioni mostrano un mutamento culturale intendo. Perché? Ancora per l’esperienza del Covid». Alcuni elementi concreti guidano il consolidamento di questa convinzione: «Per due anni, tra il 2020 e il 2021, si è rimasti a casa e si è colto che un’altra organizzazione della propria vita è possibile: la scuola è andata avanti, le aziende sono andate avanti. Quell’esperienza, tangibile e vissuta, ha dato una spinta che si coglieva già prima della pandemia, ma che prima non avevano avuto la possibilità di esprimersi».

L’evidenza è in alcuni dati: «Prima del Covid, in Italia lavorava da remoto solo l’1,2% degli occupati: mosche bianche, peraltro tutte concentrate nei settori dell’informazione, delle assicurazioni e delle banche. Con l’emergenza sanitaria, invece, si è arrivati a superare il 30% degli occupati, e al contempo si è dato spazio ad altre dimensioni della vita».

La gerarchia dei valori L’Osservatorio Giovani e Futuro ha scelto una strada particolare per raccontare il punto di vista delle nuove generazioni: ha riproposto, nei mesi scorsi, le stesse domande di una analoga ricerca condotta nel 1987 e ha tracciato un parallelo sui risultati. Al centro, la «gerarchia» dei valori di riferimento e il loro peso: quasi quarant’anni fa, l’82,9% dei giovani metteva al primo posto la famiglia (l’82,9% del campione riteneva questo aspetto «molto importante» per la propria vita), poi si trovavano il lavoro (66,6%) e gli amici (60,9%), quindi con uno stacco ampio figuravano anche il tempo libero (44,2%), il farsi una cultura (32,2%) e fare sport (32,2%).

Oggi il panorama è decisamente diverso: il podio ha distanze ravvicinate ed è composto da famiglia (65,9%), salute (63,4%) e tempo libero (57,1%), mentre a più breve distanza si segnalano la cultura (45,2%), gli amici (42,9%) e il lavoro (40,5%). «Il lavoro è sceso dal 2° al 6° posto - riassume il sociologo -, ma più in generale c’è meno distanza tra le singole risposte o tra gruppi di risposte. Cosa significa? Mentre per le generazioni attuali i valori erano una gerarchia, con tre cose davvero importanti e le altre in misura minore, oggi l’insieme dei valori è diventato un puzzle: ci sono cioè dei pezzi che si devono combinare tra loro. Il lavoro resta essere rilevante, certo, ma lo è nella misura in cui si riesce a coniugarlo con la famiglia, il tempo libero e altri impegni».

Tre mappe di riferimento Il riflesso si scorge appunto nelle dinamiche professionali, dal colloquio alle traiettorie di carriera: «In questa visione lo stipendio non è la priorità - nota Marini -, e dunque a un’impresa non basta mettere sul piatto un buon salario per essere attrattiva. Gli studi ci raccontano tre mappe di valori per i giovani: la qualità del lavoro percepito, e dunque la comprensione delle possibilità di crescita e la presenza di benefit e welfare; l’idea dell’impresa come comunità, quindi con buone relazioni e la partecipazione agli obiettivi; il fatto che l’impiego sia vicino a casa, oppure si valuta la disponibilità ad andare direttamente all’estero».

Il mondo degli adulti Ogni ricerca è frutto dell’ascolto. Ma, oltre l’analisi accademica, chi ascolta i giovani? «La figura degli adulti oggi appare sbiadita - rileva Marini -, non riconoscibile. Non a caso, solo il 30% dei giovani dichiara di avere un dialogo significativo con i propri genitori e il mondo degli adulti, ma la sensazione è biunivoca, cioè anche nei “grandi” c’è questa fatica». Tra l’altro s’intravede un altro spartiacque: «La figura di riferimento oggi è la madre - prosegue il professore -. Tuttavia, le madri di oggi tendono a riprodurre i modelli culturali nei quali loro sono cresciute».

E se proiettiamo questa considerazione in ambito lavorativo, ecco che «si continua così a perpetrare la segregazione settoriale e la difficoltà a sfondare il tetto di cristallo - spiega Marini -. Il rovescio della medaglia è la scomparsa dei padri: quelli di un tempo erano autorevoli e autoritari, quelli di oggi rischiano di essere evanescenti». Autonomia e lavoro In questo rimescolamento di attitudini e aspirazioni c’è anche uno sguardo inedito sul lavoro autonomo: il 72% degli studenti Engim intervistati ritiene che nel lavoro autonomo ci siano più opportunità di valorizzare le proprie capacità, contro il 28% che individua questa possibilità nel lavoro dipendente.

«È uno spostamento importante - dice Marini -: una prova è il fatto che i concorsi pubblici attirino sempre meno le nuove generazioni. Il lavoro, un tempo ancorato all’azienda, oggi diventa una parte di se stessi. C’è meno senso di appartenenza alla propria azienda: oggi ci si riconosce nella misura in cui l’impresa offre un’opportunità di crescita individuale». C’è una conseguenza in tutto ciò: «Le statistiche rivelano che oggi un giovane rimane nella stessa azienda in media 4 anni - conclude Marini -. Un tempo, indicare sul proprio curriculum 4-5 posti di lavoro era ritenuto un elemento di poca affidabilità. Oggi è esattamente il contrario: vuol dire aver accumulato esperienza».

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