Lecco, la carità e i volontari: «Felici di fare del bene sono un miracolo»

Monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano ieri in città in occasione del terzo anniversario della Casa della Carità

Lecco

L’arcivescovo della Diocesi più grande al mondo, quella di Milano, era ieri a “festeggiare” la Casa della Carità di Lecco, che ha compiuto i primi tre anni di vita.

«Il nuovo oratorio prende forma dall’opera educativa»

Inaugurata proprio a gennaio 2023, nei locali dell’ex centro Paolo VI voluto dal suo predecessore Carlo Maria Martini che lo tenne a “battesimo” nel 1981, ha numeri di tutto rispetto: 60 tonnellate di prodotti alimentari distribuiti a 600 persone bisognose, 6mila pernottamenti al rifugio nottuno, 19mila pasti distribuiti in un solo anno alla mensa dei poveri. Numeri dietro i quali c’è un mondo di solidarietà.

Un mondo fatto anche di volontari che a Lecco sono centinaia e che monsignor Delpini ha voluto incontrare e ringraziare. Una visita, quella dell’Arcivescovo, con cui sottolineare la crescita della struttura di via San Nicolò.

«Esercitare sempre l’arte del buon vicinato Responsabili degli altri»

Arcivescovo Delpini, cosa pensa della grande capacità dei lecchesi di mettersi a disposizione? Sarà sempre così, o è destinata a calare questa risposta del volontariato?

Credo che diminuendo la popolazione non si può immaginare che crescano i volontari. Diminuendo i giovani non si può immaginare che crescano i volontari. Quello che invece si deve dire è che noi non siamo tanto interessati al numero, se siano di più o di meno. Siamo interessati a contemplare questo miracolo che ci sia gente che dice ho una giornata, bene, cosa ne faccio? La dedico a servire gli altri. Ho una competenza, bene, cosa ne faccio? La dedico al servizio degli altri. Il volontariato non è una questione di numeri ma è una questione di spiritualità che ci aiuta a continuare ad avere fiducia nell’umanità perché così è fatta l’umanità: contenta di fare del bene.

Eccellenza, lei nel discorso di Sant’Ambrogio ha parlato di responsabilità personale. A Lecco, negli ultimi tempi si parla sempre più di sicurezza, nonostante non sia una metropoli. C’è qualcosa che ogni lecchese, nel suo piccolo, può fare per accrescerla?

Ma io credo che questo tema della sicurezza sia come il tema della temperatura, cioè c’è una differenza tra il percepito e il misurato e quindi non ho capito mai bene quanto l’enfasi sulla sicurezza sia un argomento per creare la paura dell’altro e quanto invece sia un problema reale del quale bisogna trovare le radici e trovare le soluzioni. Mi pare che il sistema di reazione repressiva non sia una soluzione, anche se bisogna reprimere naturalmente la violenza e perseguire i reati. Però il tema mi sembra un po’ più ampio, un po’ più complesso e questa differenza tra il percepito e il reale è una cosa che mi fa pensare: Perché? Da dove viene? Forse c’è un modo di dare le notizie, un modo di descrivere i fenomeni che ha come scopo più di incrementare la paura e la diffidenza che far conoscere la realtà.

Resta il tema della responsabilità personale di ogni fedele. Come si concilia con quello che succede intorno a loro? Che succede intorno a tutti noi?

La responsabilità è una parola un po’ complicata. Io credo che ciascuno di noi può contribuire a rendere più serena la vita e più sicura la città perché può effettivamente prendersi cura, come amo dire, almeno del metro quadro che gli è affidato. Nessuno risolve i problemi di tutta la città, però io il mio metro quadro cerco di tenerlo pulito. Bisogna esercitare l’arte del buon vicinato perché se tutti i vicini di casa si prendono cura gli uni degli altri, si conoscono, forse si potrebbero realizzare condizioni di vita più serene per tutti. Io non ho il mito per sé del paese, del paesello dove tutto va bene: è un po’ fantastico. Però il segreto della sicurezza in paese è proprio quella responsabilità di ciascuno per quelli che gli stanno vicini.

Un messaggio di pace e di speranza è questo della Casa di Comunità che verrà inaugurata entro breve. È per i giovani ma non solo per i giovani, una volta si chiamava solo oratorio, adesso Casa di Comunità perché coinvolge un po’ tutti. Cosa ne pensa?

Questo è un grande evento, la realizzazione di un’opera così a lungo pensata, desiderata e certamente è un segno che la Chiesa, la comunità cristiana, prende a cuore le fasce giovanili, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e convoca i volontari, studia le situazioni. Ecco, una casa è quello che è l’oratorio, quel che è il centro giovanile, quello che è...tutto insieme. Ecco, Casa della Comunità è proprio quella forma di dedizione all’opera educativa che le parrocchie, le comunità pastorali, la diocesi hanno sempre avuto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA