Giustizia Referendum dannoso per la riforma

La riforma della magistratura rappresenta un tema sul quale sarebbe stato opportuno evitare il referendum. Stante la complessità della materia, risulta infatti concreto il rischio che i cittadini finiscano per uniformarsi alle indicazioni dei partiti, riproducendone le posizioni, senza avere contezza del merito della riforma.

Non si può fingere di ignorare che molti elettori non siano in grado di cogliere le differenze tra referendum abrogativo e referendum confermativo; parimenti, risultano numerosi i cittadini che ignorano perfino il percorso che ha reso necessario il quinto referendum costituzionale della storia.

Pertanto, con un minimo di onestà intellettuale, occorre ammettere che il voto sarà inficiato dal pre-giudizio di ogni elettore nei confronti dei magistrati che finirà per perpetuare quella contrapposizione tra detrattori e apologeti che destra e sinistra continuano a coltivare dai tempi di Tangentopoli. Inutile dire che un simile approccio reca un danno inestimabile al tema della riforma dell’ordinamento giudiziario che, ancora oggi, continua a essere strumento di lotta politica.

Si ponga mente alla “voce dal sen fuggita” del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il quale, in una intervista del 3 Novembre 2025 al Corriere della Sera, ha dichiarato: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. Si tratta di dichiarazioni che l’opposizione non ha esitato a utilizzare per accusare il governo di voler sottomettere i magistrati alla politica e di voler “sterilizzare” le procure rendendole mansuete nelle inchieste contro i politici.

Destra e sinistra, pertanto, evitano di illustrare le vere ragioni del Sì e del No in quanto consapevoli della sostanziale incapacità del cittadino di comprendere argomentazioni di natura tecnica che, come detto all’esordio, non avrebbero dovuto essere oggetto di ratifica popolare. Posta la questione in questo modo, risulta facile prevedere che, tenendo conto delle prevedibili astensioni, la riforma verrà approvata senza che il cittadino ne abbia realmente compreso le molteplici implicazioni nell’ambito giudiziario e, soprattutto, politico. Se così fosse, risulta agevole prefigurare lo scenario politico che ne sortirebbe. L’opposizione ne uscirebbe a pezzi tenuto conto che la difesa della magistratura rappresenta l’unico tema su cui il “campo largo” è sempre stato unito. All’interno del Pd si aprirebbe il processo a Elly Schlein che pagherebbe la tradizionale riluttanza del Pd a confrontarsi sulla necessità di riformare il sistema giudiziario malgrado le criticità emerse in questi anni. Paradossalmente per la sinistra la sconfitta al referendum potrebbe essere salutare perché potrebbe regalare il proscenio a vecchie e nuove figure finora ingiustamente emarginate (si pensi a Stefano Bonaccini o alla sindaca di Genova, Silvia Salis).

Di contro, sul versante del governo, risulta agevole prevedere che, dopo la vittoria, Giorgia Meloni non esiterebbe a rilanciare il premierato. In proposito, occorre riconoscere che, per svariate e note ragioni, la destra italiana non ha mai gradito la Costituzione repubblicana.

Per tale motivo, l’agenda del governo contempla tre riforme costituzionali palesemente riconducibili alle forze politiche di cui si compone la coalizione: l’autonomia differenziata (Lega), la separazione delle carriere dei magistrati (Forza Italia) e il premierato (Fratelli d’Italia). La prossima legislatura, pertanto, sarà decisiva per portare a termine il progetto di revisione dell’intera architettura costituzionale. Risulterà, tuttavia, necessario superare un ultimo ostacolo: la nuova legge elettorale. Sarà questo il tema che terrà banco nei prossimi mesi sul quale sarà possibile misurare la coesione di un esecutivo che ha saputo finora gestire e addomesticare le molteplici divergenze interne che potrebbero, di contro, deflagrare ove Fratelli d’Italia dovesse covare quelle tentazioni egemoniche paventate dagli alleati. Sul punto, una cosa è certa: Lega e Forza Italia non si faranno cannibalizzare da Giorgia Meloni. Lo ha già detto Luca Zaja, lo ha già fatto intendere chiaramente Marina Berlusconi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA