La lezione del Deficit
Chi tocca i fili...

È proprio vero che la storia non insegna mai nulla, anche quando è fresca. Il 2011, infatti, sembra ieri. E in quell’anno si consumò una delle più drammatiche svolte politiche italiane, la caduta del governo Berlusconi ad opera del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che, con il Paese sull’orlo del default, costrinse l’allora premier alle dimissioni per sostituirlo con Mario Monti. L’Italia passò in un amen dalla cura del Cavaliere a quella da cavallo che l’ex rettore della Bocconi fu costretto a imporre guadagnandosi un damnatio politica che dura fino a oggi.

Possiamo ripercorrere alcune tappe di quella vicenda, a partire dalla nascita dell’ultimo governo di centrodestra nel 2008. La coalizione ottenne un consenso ampio, anche grazie alle sciagure di chi l’aveva preceduta: la babelica Unione di Prodi, uscito a brandelli grazie all’opera distruttrice dei suoi alleati e mai più rientrato nella grande politica. Il nuovo esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi contava perciò su una grande maggioranza in Parlamento ed era circondato da attese messianiche. Sembra storia d’oggi. Ancora una volta, almeno a parole, il cambiamento si godeva la luce dei riflettori. Invece arrivò la crisi economica più devastante degli ultimi due secoli, che si sarebbe rivelata di gran lunga peggiore di quella del 1929. Anche questa era partita dagli Usa, dai mutui subprime e dalle banche che crollavano come castelli di carte se lo Stato non decideva di salvarle. Il nostro premier di allora ci mise del suo, come sempre fece fatica a tenere separate le sorti personali e delle sue aziende da quelle del paese. Fra le altre cose arrivò il bunga bunga che indebolì non poco il prestigio internazionale del leader di Forza Italia. Ma furono la crisi e lo spread, sempre a causa del nostro debito pubblico a forma di voragine, a dare il colpo di grazia al governo. Berlusconi le aveva provate tutti, anche, contro il parere del suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, la strada dello sfondamento dei parametri europei. Vi sta venendo in mente qualcosa, eh? Chi tocca i fili muore. Il capo del governo arrivò a negare l’evidenza della crisi con il discorso degli aerei tutti prenotati e i ristoranti pieni. Ma a decollare era solo il dannato spread che sfondò quota 500 (con Prodi nonostante l’accozzaglia governativa stava a 80). E gli italiani cominciavano a preoccuparsi per i morsi della fame.

Dopo un vertice europeo in cui il povero Silvio sfilò di fronte ai risolini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, ci fu posta per il nostro governo, ma non davanti a Maria De Filippi. La lettera che avrebbe dovuto salvare l’allora Cav portava le firme dell’Ocse, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale e conteneva le istruzioni per non elevare il Sirtaki, motivo della celebre danza greca, a nuovo inno nazionale italiano. Si disse che la missiva fosse stata a scritta a Roma e tra gli estensori vi fosse Renato Brunetta, ministro ed economista di Forza Italia. Ma se la lettera non rimase morta, ci mancò poco e allora il Colle entro in tackle con la nomina fulminea di Monti a senatore a vita e la richiesta di dimissioni del governo Berlusconi. La legge Fornero e tante delle altre situazioni che fanno accapponare la pelle a Di Maio e Salvini discendono proprio da lì.

Vero che i fondamentali economici sono migliorati in questi anni. Ma sempre piedi di argilla sono. In tutta franchezza, noi italiani, faremmo davvero a meno di dover sentire ancora l’apologo di Giovan Battista Vico sulla storia che si ripete. Perché la pelle, ancora una volta, è la nostra. E la storia che è stata tragedia non ritorna sotto forma di farsa. A volte ama anche fare dei bis, sia pure non richiesti.

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