Donna Alessandra centra il bis e si conferma presidente della Provincia di Lecco. Come si sa, l’elezione non ha coinvolto i cittadini ma i sindaci e i consiglieri comunali del territorio. Si temeva una diserzione da sabato del villaggio e invece, oltre 900 su 1.029 aventi diritto, hanno depositato la loro scheda in sala Ticozzi. La tensione, palpabile negli ultimi giorni e ore fra gli schieramenti in campo, ha certamente favorito l’afflusso. Tuttavia, in una consultazione che, tecnicamente, è uno schiaffo al sistema democratico, una prova di partecipazione può essere la scintilla perché si riavvi il motore. Ci siamo permessi di suggerire ai partiti lecchesi di organizzare un gazebo unitario per invitare i cittadini a votare quando, a primavera, in palio ci sarà palazzo Bovara.
Chiusa la doverosa parentesi dell’elogio, torniamo all’analisi del risultato che aiuta a spiegare lo stato dell’arte della politica in questa stagione caratterizzata più da polemiche spicciole che progettualità lungimiranti.
La presidente Hofmann ha raccolto la maggioranza dei consensi per una ragione fondamentale che si chiama “buon governo”. E non è una nostra impressione, bensì un dato che deriva da anni di amministrazione non contestati apertamente neppure dagli avversari. E inoltre ha saputo tenere insieme la sua coalizione e spegnere eventuali dissensi e mal di pancia che nel segreto del voto avrebbero potuto manifestarsi. Per quanto ci riguarda, è la prova che la grammatica anche in politica va rispettata e gli strafalcioni prima o poi si pagano, specie se suggeriti sottobanco e declinati in nome di minuscole molecole di potere.
L’alleanza tra la Lega di Mauro Piazza e del suo pianeta di fedeli satelliti e Fratelli d’Italia a trazione Alessandro Negri esce rinsaldata e proiettata con il vento in poppa all’appuntamento di primavera in città. A patto che si sciolga in tempi ragionevoli il nodo del candidato, perché sono in molti a credere che i due i nomi in campo - Filippo Boscagli e Carlo Piazza - non siano i destinatari della maglia numero 10. Anche perché sono ormai mesi che se ne parla nelle stanze più o meno segrete dei partiti e non si vede l’ombra di un accordo tra i due, di quel ticket vagheggiato che suggeriva l’idea del tandem e invece si è rivelata una corsa su due vie parallele, senza convergenze.
Sulle ali dell’entusiasmo, abbiamo ragione di credere che la Hofmann non solo rinnoverà stile e impegno, ma vorrà andare oltre le strettoie della legge per dischiudere un futuro per la Provincia sino a trasformarla da casa madre dei Comuni a istituzione conosciuta e riconosciuta dai cittadini. Vasto programma, certo, che potrebbe trovare linfa in un ripensamento romano sul ruolo e i compiti di quell’organismo intermedio che, pur continuando a occuparsi di strade ed edilizia scolastica, possa risolvere le questioni legate alle trasformazioni sociali ed economiche nel tempo della globalizzazione.
Sul fronte avverso, per altro assai degnamente rappresentato dal sindaco di Imbersago Fabio Vergani, amministratore appassionato e lontano da interessi di parte, tocca registrare che la longa manus del Partito democratico è riuscita nell’impresa di soffocare quel che resta del civismo, ultima incarnazione di una tradizione politica, già architrave della nascita - trent’anni fa - della nostra Provincia. La verità è che le seconde fila di allora, oggi, con pretese egemoniche, pretendono di dettare la linea snobbando il fuggi fuggi di esponenti di primo piano capaci sia di sconfiggere il centrodestra, sia di affermarsi come luogo d’incontro di culture, sensibilità e interessi diversi orientati alla crescita e allo sviluppo del territorio. Fuori dal politichese, è lampante che la catena di comando cittadina e provinciale del Pd non ne azzecca una. Come dimostra l’ultima trovata del segretario Manuel Tropenscovino che ha attribuito la vittoria del centrodestra alla capacità di portare “tutti i loro” alle urne.
Come se non fosse la prima regola del consenso e la ricetta più efficace per combattere la voglia matta di restarsene a casa. A non dire che nel pensatoio piddino trova ancora ascolto la voce di quell’Alfredo Marelli, improvvisatosi leader in un’età nella quale, e non è un’apologia pro domo mia, si può ancora essere protagonisti (penso al mio Pantheon con Prezzolini, Montanelli, Montalcini, Kissinger e Clint Eastwood) ma sarebbe consigliabile proibire che intervengano in campi a loro estranei, quando non sconosciuti. Ve la dico tutta, a me il Marelli che abiura le politiche di Virginio Brivio e della sua giunta e pontifica sul PGT fa venire in mente un geometra che si picca di progettare la nuova Ferrari di Formula Uno.
In ultima analisi, questo esito non solo è foriero di una stagione politica prossima ventura che dovrà cambiare gli alfabeti, ma mette alle corde i fautori di quel progetto civico che non può spuntare ad ogni elezione, quale che sia, senza avere cura della semina di valori e di idee capaci di fare la differenza e di fornire ai partiti capitale umano e credibilità per superare l’indifferenza e le faide personali. Sotto il Resegone, c’è spazio all’Orizzonte come documenta la terza lista che si va consolidando per le prossime amministrative. Ve lo dice uno che continua a credere nei partiti come strumenti irrinunciabili, a condizione che sappiano mantenere le promesse e non scadere a marinai di lago.
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