Sanità, metà delle ricette non viene utilizzata

Un’indagine Agenas rivela che il 42,7% delle prescrizioni non si traducono in prenotazioni. Ravizza, presidente dell’Ordine dei Medici: «Misurare l’inevaso dice poco».

Lecco

Si chiama tecnicamente “catchment index” e viene calcolato ogni anno da Agenas nelle varie province. È l’indice che confronta i volumi delle prescrizioni mediche con le prenotazioni poi davvero effettuate e dunque rappresenta una misura della capacità di risposta della nostra sanità al fabbisogno espresso dalla popolazione. Dall’ultima rilevazione, del 2024, circa le prime visite emerge che il 42,7 per cento delle ricette compilate in Ats Brianza non sono state utilizzate. Meno, rispetto al 44,28% delle ricette rilasciate nel territorio dell’Ats Insubria (quindi Como più Varese), il dato peggiore nei dintorni. Ma a Bergamo si fa meglio, visto che le ricette “ignorate”, non utilizzate, ammontano al 39,3%, a Brescia al 38%, tra Cremona e Mantova al 37,3% e a Milano al 33,4%. Insomma, sul Lario, tra Como e Lecco, non siamo virtuosi. Brianza compresa, naturalmente dove, al contrario, solo il 57,3 per cento delle visite prescritte vengono poi prenotate. Ma, certo, se ci si vuole consolare (anche se nel panorama nazionale il nostro territorio figura tra le ultime posizioni), ci sono province dove questo problema è più vistoso, come Teramo, Pescara, Palermo, ma anche province dove la stragrande maggioranza delle ricette viene utilizzato, come Treviso, Alessandria, nei quali territori più di otto su dieci sono le prestazioni utilizzate.

Dove finiscono queste ricette? In parte nella sanità privata. Ovvero Agenas monitora quante ricette su dieci passano dalla sanità pubblica. Non è detto, cioè, che le ricette vengano gettate nel cestino, ma che molti si rivolgono alla sanità privata già sapendo che da quella pubblica troveranno risposte “dilatate” nel tempo o non le troveranno del tutto. Inoltre c’è ricetta e ricetta: una classe U, urgente, anche in Ats Brianza viene quasi sempre utilizzata e soddisfatta dal servizio sanitario regionale, mentre le classi P (programmabile), costituiscono di sicuro la massima parte delle ricette inutilizzate. Questo perché quando si parla di esami programmabili, eseguibili anche a mesi di distanza dalla prescrizione, ci si perde. Sono esami di controllo, routine, che si tende a fare anche privatamente appunto, proprio perché non ritenuti legati a una tempistica immediata.

Pierfranco Ravizza, presidente dell’ordine dei medici, però, è scettico sul metodo di analisi. Per lui misurare le prescrizioni inevase dice poco: «La storia delle prescrizioni inevase è discussa da tempo. Ma il problema è mal posto. Le Regioni isolano le prescrizioni inevase ma così facendo quello che è prescritto può essere di più, ma anche di meno, di quello che servirebbe. Un bruciore persistente di stomaco magari consiglia a un medico di far effettuare una gastroscopia. Ma poi io, paziente, ho paura e non la faccio. Poi vado da un altro medico che mi dà semplicemente un integratore e se sto un po’ meglio, allora mi accontento. Insomma, non è sempre un problema di inappropriatezza. Può essere inappropriata la risposta del paziente, in Lombardia, dove viene molto favorita la sanità privata». In altre regioni è diverso, secondo Ravizza: «Dove c’è meno welfare aziendale e ci sono meno assicurazioni sanitarie private, si ricorre di più alle prescrizioni pubbliche. Per cui se non si sa cosa si sia fatto con quelle prescrizioni inevase, in confronto a quanto invece si avrebbe effettivamente bisogno, stiamo parlando di mele e di pere, di cose imparagonabili». Il prescritto non dice tutto: «La Regione riesce a contare solo l’inevaso, ma chi misura i bisogni reali della popolazione? – si chiede Ravizza - A volte per capirlo si ricorre ai dati sui ricoveri, ma l’appropriatezza o meno della prescrizione sarebbe da misurare rispetto agli effettivi bisogni della popolazione. Più che parlare di ricette inevase, insomma, vorrei parlare di necessità prescrittive effettive».

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