Aule aperte in estate, ma la scuola è in malora

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Ha creato un vespaio di polemiche la proposta del ministro Valditara di tenere aperte le scuole in estate per aiutare le famiglie durante la sospensione delle lezioni. I docenti sono comprensibilmente in rivolta dopo i recenti rinnovi contrattuali che hanno riconosciuto aumenti salariali largamente inferiori all’aumento del costo della vita: la loro reazione, quindi, era del tutto prevedibile. Ma non è solo questo ad aver suscitato lo sdegno della categoria. La proposta del governo è stata percepita esclusivamente come una misura a sostegno delle famiglie che, durante il periodo estivo, hanno il problema di inventarsi un luogo in cui collocare i figli. In quest’ottica, si tratterebbe di una sorta di ammortizzatore sociale a costo zero che finirebbe per traslare sulla scuola la soluzione di problemi che nulla hanno a che fare con l’istruzione (il docente in formato baby sitter..).

Il ministro Valditara dimostra, in questo modo, di non essere diverso dai suoi predecessori, incapaci di concepire una riforma in grado di rilanciare il ruolo dei docenti che, negli ultimi anni, hanno visto svilire la loro funzione educativa a causa della competizione delle nuove tecnologie. La scuola aperta al pomeriggio e in estate sarebbe una riforma giusta se fosse inscritta in un quadro di cambiamenti strutturali del sistema scolastico che, in verità, nessun governo ha mai inteso promuovere. Occorre ammettere, senza infingimenti e ipocrisie, che la scuola non interessa alla società italiana e, men che meno, ai governi che la vedono solo come un costo. La nostra classe dirigente stenta a capire che il declino del nostro paese rispecchia fedelmente la crisi del sistema scolastico che, da tempo immemorabile, è stato abbandonato a se stesso. Le stesse famiglie italiane, oggi, non pretendono più una scuola severa che garantisca il sapere ma una scuola munifica che dispensi titoli, sia pure irrilevanti e svalutati dalla totale assenza di competenze. Perfino i test Invalsi, per quel che possono valere, continuano a certificare il declino crescente della scuola italiana in cui, alla fine del ciclo di studi, lo studente che dovrebbe conoscere le lingue straniere, ignora perfino la lingua italiana.

Il corto circuito che ha colpito l’istruzione risulta evidente guardando i social, la tv, oppure semplicemente ascoltando le conversazioni tra ragazzi, dominate dalla sciatteria del lessico e dalla vacuità degli argomenti. La scuola aperta al pomeriggio e d’estate sarebbe una grande innovazione se, ad ispirarla, ci fosse l’intenzione di potenziare la scuola italiana attraverso lo studio pomeridiano e l’introduzione di materie che la scuola, ha sempre colpevolmente ignorato: lo studio dei social, le insidie del web e dell’intelligenza artificiale, le nuove forme di manipolazione del consenso, il cinema, la musica, il giornalismo. In questa prospettiva, la proposta del ministro Valditara avrebbe una logica e un senso.

Nulla di tutto questo. Lo si vede da un dettaglio che risulta grottesco: in una società dominata dalla comunicazione, la laurea in Scienza delle comunicazioni non abilita all’insegnamento. Servirebbe, pertanto, una riforma di sistema in grado di motivare docenti e studenti che, invece, si vedono condannati a vivere in una dimensione, a tratti surreale, dominata da un burocratismo sterile, soffocante, che si compone di infiniti, estenuanti, adempimenti formali nei quali prevale il sollievo liberatorio di aver espletato incombenti di cui tutti conoscono l’assoluta inutilità.

Per rilanciare la scuola italiana, stantìa e inadeguata, occorrono investimenti in grado, innanzitutto, di attrarre le migliori intelligenze del paese riconoscendo emolumenti all’altezza del titolo di studio. In un mondo in cui il prestigio di un’attività o di una professione è strettamente connesso a quello retributivo, non possiamo fingere di ignorare che la scuola resta solo un ripiego. Occorre, quindi, investire in competenze e sperimentare forme nuove e più avanzate di didattica inserendo nei programmi scolastici tutte quelle materie in grado di generare curiosità e spirito critico. In questo quadro, sicuramente la proposta del ministro non avrebbe suscitato le reazioni viste sui social, corrive ma comprensibili. Si è rotto qualcosa nella nostra società, afflitta da un “male oscuro” che, a pensarci, tanto oscuro non è: le famiglie hanno smesso di educare e la scuola ha smesso di istruire. Partiamo da questa verità, se vogliamo davvero un Paese diverso.

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