Chi ha vinto davvero e il segnale da nord-est

Ci sono almeno tre punti sui quali vale la pena tornare dopo i risultati del referendum costituzionale che hanno consegnato la vittoria al No contro la riforma della giustizia. Il primo è che a vincere è stata la Costituzione, la Carta fondante del Paese, il testo di riferimento di tutti i cittadini italiani. Fra le tante parole spese durante la campagna referendaria, molte aspre e sopra le righe, conviene tornare alle riflessioni pacate e ponderate del giurista Piero Calamandrei, fra i 75 costituenti che scrissero materialmente i 139 articoli e che nelle sue relazioni sul potere giudiziario poneva la legge come unico riferimento e limite all’indipendenza dei magistrati, tutti i magistrati, giudici e pubblici ministeri. È l’autonomia e il bilanciamento dei poteri di cui tanto si è detto e che forse più di altri fattori ha inciso sul successo del No. Un risultato che conferma anche come la Carta di tutti non possa essere modificata solo da una parte e fuori da un disegno chiaro, completo e organico. La stessa riforma del Titolo V sulle autonomie locali, a distanza ormai di un quarto di secolo, potrebbe prestarsi a valutazioni non sempre lusinghiere sui risultati.

Il secondo punto dettato dai risultati di lunedì è che ha vinto la partecipazione. Un’affluenza del 59%, fra le più alte per una consultazione referendaria, che peraltro non richiedeva quorum, con punte in alcune regioni ben oltre il 60%, è la dimostrazione di uno spirito civico pronto a riemergere quando serve. Non vorremmo peccare di ingenuo ottimismo, ma sembra la conferma, l’ennesima, di un’Italia migliore della sua stessa rappresentazione. Un’Italia che poi magari alle consultazioni politiche preferisce, purtroppo, disertare, ma non è detto che lo faccia per disinteresse: semplicemente, potrebbe non trovare la giusta corrispondenza in stili e proposte sulla piazza.

Il terzo punto è che hanno vinto i giovani. Lunedì sera in piazza a festeggiare a Roma avevano le facce belle di una generazione che non abbiamo visto arrivare: nativi digitali, hanno spirito di analisi formato sfruttando il meglio in circolazione nella rete. Pensiero libero, critica senza sconti, fuori dagli schemi. Hanno seguito i Fridays for future dai banchi delle superiori e se ne sono staccati quando sono diventati moda o eccesso. Hanno il pragmatismo senza etichette e trasversale della Generazione Z di ogni latitudine; hanno senso civico e percezione del «noi» che tutti avremmo bisogno di ripassare. Non nascono «di sinistra» e strumentalizzarli sarebbe uno degli errori peggiori, per loro e per il Paese.

Per questa e altre ragioni, il centrosinistra farà bene a studiare a fondo il voto prima di portare i soliti danni a se stesso e alla nazione. Così come avrà da studiare il centrodestra: l’arroganza non ha pagato.

C’è un ultimo dato, il quarto in realtà, che, specie dalle nostre parti, non può essere ignorato ed è la vittoria del Sì nel Nord-Est che produce: Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. È il Nord-Est della Lega di Bossi, per coincidenza del destino mancato proprio pochi giorni fa. Qui la lettura può essere doppia. Una chiaramente politica. Ha vinto il Sì nelle Regioni del centrodestra a trazione leghista, e non è la Lega di Salvini. È la Lega dei Fontana (Attilio), dei Fedriga e degli Zaia. Sarà da vedere se e come questo aspetto influenzerà il dibattito interno al partito e alla coalizione. La seconda lettura è socio-economica: cosa sta dicendo il Nord-Est al Paese? A provare a fare l’esegesi del pensiero del piccolo imprenditore e delle partite Iva, in questa riforma si vedeva forse «semplicemente» l’allentamento di un presunto lacciuolo che terrebbe a freno le briglie della competitività, nell’illusione – errata per stessa ammissione del governo – che la giustizia avrebbe funzionato meglio?

Ma il tema allora diventa un altro: cosa serve davvero al Paese per far correre l’economia e far sentire chi lavora meno bastonato? Senza intaccare le regole del comune vivere civile e democratico, che servono a tutti e che la maggioranza degli italiani ha detto: vanno bene così, perché è dal 1948 (dal 1946 considerandone anche la gestazione) che ci garantiscono libertà.

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