Con bossi muore il sogno del nord

Umberto Bossi è stato per la politica quello che Arrigo Sacchi è stato per il calcio. Durante e dopo di loro, nulla è più stato come prima. Entrambi, come molti rivoluzionari, sono stati divorati dalla propria passione: il tecnico psicologicamente, il “Senatur” fisicamente, con quello “sciopone” del 2004 che gli ha tolto l’energia, ovvero il propellente della sua azione politica.

Pur avendo lasciato una traccia indelebile, né Arrigo né Umberto hanno raggiunto i traguardi ultimi che si erano posti: un calcio del tutto scevro dai tatticismi e la vittoria del Mondiale per Nazionali il primo (mancata di un soffio); un’Italia federale per il secondo (obiettivo, forse, rimasto ancora più lontano). Entrambi hanno avuto in Silvio Berlusconi un sodale decisivo. L’allenatore di Fusignano, che si svegliava di notte dopo aver sognato schemi tattici, e il politico che sviluppava le sue idee dopo il crepuscolo, giocavano sempre d’attacco. Sempre contro qualcuno - fosse il Real Madrid o “Roma ladrona” - e sempre in pressing: l’Umberto anche sugli alleati, l’Arrigo sui suoi giocatori.

Anche a chi scrive è toccata la ventura delle notti in cui il capo del Carroccio, dopo un comizio o al Ferragosto di Ponte di Legno, spandeva le sue visioni tra Coca Cola, pizze sbocconcellate e l’immancabile sigaro tra i denti. Si tornava a casa sfiniti, con un taccuino pieno di sogni. Ecco, il “Sogno del Nord” forse è morto del tutto insieme a lui, che continuava a rappresentare una, seppur flebile, fiammella in grado di riscaldare i militanti. Non lascia eredi, politici.

Sul pratone di Pontida (luogo eletto per l’ultimo saluto) era facile, durante il suo comizio finale, dimenticare il caldo torrido o il fango in cui si affondava: al raduno non erano previste mezze stagioni. Sotto il palco vedevi accalcarsi le migliori firme del giornalismo. All’inizio molti osservatori avevano snobbato la Lega, liquidandola come un “Uomo Qualunque” di ritorno destinato a breve vita. Pochi avevano colto le potenzialità del Senatur prima dell’exploit del 1990: tra essi è giusto citare due colleghi che ora Umberto ha raggiunto, Guido Passalacqua e Daniele Vimercati.

Con loro, l’autodesignatosi erede di Alberto da Giussano ritroverà Roberto Maroni, il sodale delle origini con cui potrà chiarirsi ancora una volta, e Gianfranco Miglio, l’ideologo poi liquidato con una delle sue micidiali metafore. Il “Professore” comasco, forse, lo manderà di nuovo a quel paese per non averlo ascoltato fino in fondo.

C’è chi dice che Umberto abbia scelto la politica per inventarsi un mestiere dopo averne provati tanti: da cantautore a finto medico (con cui ingannò la prima moglie). In ogni caso, la politica è ciò che gli è riuscito meglio, diventando una missione. La sua era una strategia che metteva al centro concetti come “popolo” - che persino la sinistra non è mai riuscita a declinare con tanta forza - e “territorio”. Le sue letture disordinate lo portavano a riscrivere la storia dell’Italia sopra il Po, vista come oppressa da Roma anche dopo la caduta dell’Impero, coniando slogan destinati alla storia.

Al suo populismo d’antan si sono abbeverati tutti, così come il calcio ha attinto alla fonte di Sacchi. Già Bettino Craxi aveva pensato a un evento politico a Pontida; il centrosinistra, per inseguire i consensi leghisti, aveva varato la riforma del Titolo V; il centrodestra appoggiato la devolution. Tutte idee di matrice. Persino le innovazioni di Berlusconi, sublimate dalla TV, discendono dal leader del Carroccio. Il suo vero colpo di genio è stato ribaltare la “questione meridionale” per porre con forza quella settentrionale, che, purtroppo, gli sopravvive irrisolta.

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