Su queste colonne, oggi, non troverete una virgola che odori di politica e dintorni. Andiamo in vacanza con i giochi invernali con un approccio che non guarda all’evento come un prisma dalle mille sfaccettature e dalle molteplici implicazioni. Vogliamo solo raccontarvi quel che abbiamo appreso anche noi sfogliando il libro dello statistico lecchese Gianni Menicatti (intervistato anche a UnicaTV) che ha dato sfogo alla sua sfrenata passione e curiosità per i numeri, cavandone la cifra dello sport olimpico lecchese.
Non sapevamo che il nostro territorio fosse una miniera, una sorta di pozzo di San Patrizio di atleti che nel corso del secolo si sono misurati con le discipline a cinque cerchi d’estate e con la neve. Parto dalle conclusioni: il pianeta che va da Premana a Casatenovo è popolato da un esercito di amatori e dilettanti inversamente proporzionale alla carenza di strutture. Penso soprattutto al Bione che è stato più volte definito come un gioiello paesaggistico, l’ideale per correre, saltare, nuotare, giocare a basket o a pallavolo, eppure è precario se non fatiscente. Per tacere dell’alternarsi di gestori più impegnati a compilare carte bollate e a far di conto che a servire un bicchier d’acqua al bar dove, domenica scorsa, accompagnando un amico e il suo figliolo a una partita abbiamo trovato una saracinesca abbassata. Certo, per dissetarsi tra la piscina e l’Adda, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Torniamo all’opera certosina del buon Menicatti che sciorina in cronologica sequenza una galleria di personaggi, delle loro umane vicende, lontane dai riflettori, ma spesso caratterizzate dai calli sulle mani.
Tanto per cambiare, mi piace partire dalla mia severa maestra delle elementari, Lilliana Tagliaferri, che fu fra le prime donne italiane a partecipare nel 1948 alle Olimpiadi di atletica. Non se ne vantò, lo seppi non so in quali circostanze ma ora profitto per togliermi il cappello che allora non portavo.
E da lì parte un conteggio che “al totale” annovera 65 partecipazioni alle Olimpiadi dal 1920 a oggi di sportivi del nostro territorio. La parte del leone tocca ai mandellesi, soprattutto acquatici, che sono stati di recente citati in un almanacco mondiale perché la cittadina della Moto Guzzi è in cima alla classifica per il rapporto tra abitanti e atleti olimpici. Nessuno si offenda se citiamo l’oro del quattro senza di Londra e il quattro con di Melbourne.
Me la tiro, citando i nomi di quest’ultimi senza consultare la bibbia del Menicatti: Trincavelli, Sgheiz, Winkler, Vanzin con timoniere quell’Ivo Stefanoni che, premiato al Quirinale, anni dopo divenne stretto collaboratore del presidente Cossiga. E spulciando qua e là come non ricordare il pugile Ermanno Fasoli, il valsassinese Gianfranco Polvara, fondista di gamba e di cervello, protagonista in cinque edizioni dei Giochi.
E come dimenticare il ventenne Giacomo Fornoni, convocato all’ultima ora nel quartetto della quattro per cento su strada di Roma 1960 che regalò al ciclismo una pioggia di medaglie. Lui sì che se lo ricordano in molti, per il suo rinomato ristorante Cinque cerchi nella sua Rogeno. Un ricordo personale che coincide con il mio primo impatto con l’Olimpiade, ospite di due zie del “calvettame” residenti nella Capitale, quando vidi il trionfo di Livio Berruti nei 200 piani con record del mondo e la chiusura con lo scalzo Abebe Bikila conquistare la maratona, eterno simbolo d’Olimpia.
Vent’anni fa la fiamma giunse in città e fu il viatico per il bronzo inedito di Jennifer Isacco, nata centometrista e sbocciata agli allori con il bronzo nel bob a due. Il parco è ricco e per evitare dimenticanze o scivoloni, tra l’Alfio Peraboni, l’Andrea Oriana nel nuoto e la folta schiera dei plurimedagliati paralimpici, è doveroso leggere direttamente l’opera del nostro amico Gianni che proprio in questi giorni ha collaborato a due mostre aperte in settimana in città ovviamente di stampo olimpico. Da lecchese a 24 carati non posso omettere la Canottieri Lecco, fucina di campioni. E meno male che le discipline di motore non sono ammesse ai Giochi, altrimenti i nostri motonauti avrebbero colorato la città d’iride.
Ma la stella Antonio Rossi è immutata nel firmamento olimpico del globo; ancor oggi tra l’impegno per Milano-Cortina e la guida della federazione Canoa resta soprattutto per le giovani generazioni non un cimelio, ma il faro dello sport non solo lecchese. E’ vivissimo in me il ricordo di quella telefonata mandata in diretta, nella quale, alla vigilia della sua gara da Teleunica gli “profetizzai” l’oro ad Atlanta 1996 nel k2. Una sigla che, in quel fine estate, tatuò nel mio cuore e nella mia mente e in quella dei lecchesi di lago e di montagna le due facce della medaglia. Lo sfavillante trionfo di Antonio e la tragica morte sul K2 di Lorenzo Mazzoleni, suo amico d’infanzia e che al bivio tra acque dolci e vette, scelse prima la Grigna e poi l’Himalaya.
Quell’incrocio tra la vita e la morte mi ha insegnato l’enigma perenne del destino e sono certo che i tedofori, ambasciatori dei valori universali, sapranno che oltre il medagliere c’è un’ umanità sempre oscillante tra l’Alfa e l’Omega del passaggio terreno.
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