Decreto sicurezza: fallimento annunciato

Il decreto-legge «sicurezza» sarà approvato del Parlamento entro sabato 25 aprile in «Zona Cesarini», con il solito voto di fiducia, pena la sua scadenza. La scelta del Governo è opinabile sia dal punto di vista giuridico, sia sotto il profilo politico. Sul metodo e sui contenuti del provvedimento ci sarebbe da ridere, senonché c’è da piangere. Su più fronti e su molteplici aspetti.

Sul piano del metodo il provvedimento - destinato a favorire il rientro degli immigrati presenti in Italia - è stato voluto e varato dal Governo, abusando una volta ancora della prerogativa, prevista dalla Costituzione, di emanare decreti da sottoporre al vaglio del Parlamento. Le norme del disegno di legge entrano in vigore immediatamente, con il rischio di un imbuto tra i provvedimenti presenti nel decreto e le norme preesistenti rimesse in vigore. Sempre più l’azione di governo assomiglia a un veliero senza timone in acque tempestose. Sotto il profilo politico, infatti, la scelta di far approvare a tutti i costi il decreto può avere ricadute preoccupanti sul Governo in carica, il quale – pur di stare in piedi – sta mettendo sotto i piedi la Carta costituzionale.

Diventa sempre più chiaro che il modo di procedere dell’esecutivo riduce il Parlamento a soggetto del tutto marginale, che ha esclusivamente il compito di approvare provvedimenti a scatola chiusa. Lascia perplessi la decisione di andare avanti a poche settimane dalla sconfitta sul referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni dà l’impressione di un comandante che non riesce a tenere insieme i suoi soldati. Dichiarare che il provvedimento contiene norme di «buon senso» implica la totale mancanza di argomenti validi, e mostra piuttosto l’esistenza di una latente frattura all’interno delle forze di maggioranza.

Grave e potenzialmente rovinosa la scappatoia inventata all’ultimo istante dall’esecutivo: approvare il decreto, riconosciuto zoppicante dalla maggioranza stessa, per predisporre modifiche che cancellino quelle parti assurde e aberranti come il bonus (di poche centinaia di euro) agli avvocati che convincono i loro assistiti a tornare nel loro Paese. Un’aberrazione contro la quale è stata particolarmente ampia la protesta di avvocati e magistrati, oltre che dei giuristi avveduti. Si tratta, con tutta evidenza, di un obolo offensivo nei riguardi degli avvocati e indecente verso gli immigrati. Nei fatti, la soluzione del Governo dimostra il fallimento della lotta contro le immigrazioni clandestine. Eppure, si tratta di un cardine del progetto con il quale la destra ha vinto le elezioni del 2022. Sono passati quasi quattro anni senza che la situazione del contrasto all’immigrazione clandestina sia cambiata in misura sufficiente.

In questo momento di confusione istituzionale e di incoerenza dell’azione di governo, l’insofferenza mostrata nei riguardi del Presidente della Repubblica ha il sapore di un gesto inconsulto nei riguardi del garante della Costituzione. Per l’ennesima volta Sergio Mattarella – con la consueta compostezza – ha fatto semplicemente uso delle sue prerogative costituzionali. Dal canto suo, Giorgia Meloni non ha saputo replicare in modo efficace, dimostrando di non avere argomenti per giustificare la confusione dell’operato governativo. Peggio ancora l’incredibile attacco di Salvini al Presidente. Al leader leghista sfugge che la Costituzione non soltanto prevede l’intervento del Capo dello Stato, allorché si evidenzino errori e incoerenze in norme sottoposte, secondo il nostro ordinamento, al suo vaglio, ma prescrive la possibilità di rinvio alle Camere di provvedimenti ritenuti potenzialmente incostituzionali. Su questo terreno Sergio Mattarella ha agito con la consueta fermezza, tenendo in non cale le ridicole affermazioni del ministro dei Trasporti.

Cosa dire, infine? Questo decreto più che «sicurezza» dovrebbe chiamarsi «decreto in/sicurezza».

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