Fatiba
e coca cola
Nell’iran
che si ribella

Il mio cuore stanco prende a battere forte quando in Tv vedo le immagini delle ragazze iraniane con il capo scoperto, esibire chiome ben curate, eleganti come se stessero andando per boutique a Milano o a Parigi, ma con dipinto sul volto un’espressione di sfida, di provocazione, di protesta contro il regime tiranno, spietatamente dittatore degli ayatollah, della guida suprema Khamenei, quindi della polizia che spara sui dimostranti della sommossa e uccide. Dove nascono queste mie emozioni forti? Dalle ragazze coraggiose che hanno tolto lo chador e chiedono a gran voce libertà, la liberazione della donna dal pugno di ferro del regime.

Ed è così che vedo ancora, come se fosse stato ieri, Fatiba, una ragazza iraniana che incontrai in Iran, nella città di Kerman e che, era già allora una piccola ribelle, anche se la sua rivolta era solo un piccolo, quasi impercettibile soffio di brezza in confronto alla grande bufera che sta sconvolgendo ora le Teheran e altre città dell’antica Persia. Per protestare, per cercare di trovare un piccolo scampolo di libertà sotto il suo chador, Fatiba beveva Coca Cola, bibita proibitissima in quei tempi agli iraniani. Come vissi questa sua lieve ma decisa guerriglia? Fui complice se non addirittura protagonista. Ero in Iran con un gruppetto di giornalisti, una piccola congrega, tutto sommato assai disciplinata e attenta a ubbidire ai gentili, ma severi ordini, di un paio di guide che erano evidentemente uomini della polizia. Ma pur nella loro severità il controllo di questi gentili signori che ci portavano a visitare luoghi e monumenti assai splendidi, mostrava qualche crepa di cui non capivo bene la ragione.

Comunque ne approfittati e, qualche volta, “mi lasciai via”, diciamo così. In altre scorribande per il mondo sono sempre andato in giro non solo per vedere, ma soprattutto per capire, quindi ho ogni volta cercato il contatto con la gente locale, anche di etnie assai lontane dalle nostre. Fu così che quel mattino a Kerman mi alzai assai presto e presi le macchine fotografiche e uscii da solo per fotografare un paesaggio stupendo fatto di montagne innevate, una catena al confine con il Pakistan. Rientrando mi infilai in un ritrovo riservato solo agli stranieri per fare colazione. In un locale un po’ appartato notai una roteare di figure tutte nere, chador che svolazzavano. Erano di tre ragazzine che mi “sbignavano” sorridendo indicandomi la grande pubblicità della Coca Cola appesa al muro. Per loro era proibito bere Coca Cola e neppure potevano stare in quel bar. Vedevo solo gli occhi scuri lampeggianti, il loro sorriso, ma immaginavo tutta la loro bellezza sotto quel maledetto chador. Capii che volevano trasgredire con Coca Cola. Ordinai al barman alcune bottigliette dicendo che erano per i miei compagni di viaggio.

Quello capì facilmente l’inghippo e soddisfò la comanda. Sicuramente aveva pure fatto finta di non aver visto le ragazze a una delle quali passi il “malloppo”. Lei, girandosi ne bevve una, le altre le infilò sotto l’abito. Le chiesi come si chiamasse, mi rispose: Fatiba, e il suo sorriso divenne radioso. Fuggirono. Quando vedo alla Tv le ragazze che sfidano il regime ritrovo Fatiba.

Non fu solo quello il contatto che ebbi con le genti dell’Iran. Ne avvicinai molte altre e dialogammo disinvoltamente. Mi chiedevano dell’Italia, dell’Europa, della democrazia, della libertà Anche se assai gracile mi parve di intuire un senso, se non di ribellione, certamente di scontentezza, di disagio. Gli iraniani sono come noi europei, me è sembrato così. Sono parsi che discendono dall’antica Persia Questi sono musulmani dunque assai diversi da quelli che avevo incontrato, per esempio a Srinagar, o a Kargil, nel Kashmir indiano, ma fedeli ad Allah. Qui Corano e saharia saltavano fuori da tutte le parti. A parte qualche chiacchiera assai formale non c’è mai stato comunicazione. Per loro ero un infedele e quindi, una volta, una bottegaio a Kargil si rifiutò di vendermi fazzoletti nonostante una evidente epistassi: ero un adultero.

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