Gli anticorpi del 25 Aprile e una lezione da imparare

Il 25 Aprile è una festa di tutti. Non dovrebbe essere necessario ribadirlo, eppure ogni anno riemerge il bisogno di farlo, come se il tempo non fosse riuscito a sedimentare una memoria davvero condivisa. La Festa della Liberazione rappresenta, infatti, uno dei momenti più alti della nostra storia repubblicana: il giorno in cui l’Italia ritrova se stessa, chiudendo la stagione del regime fascista e aprendo quella della libertà e della democrazia. È l’unico momento di memoria collettiva in cui, idealmente, l’intero Paese dovrebbe riconoscersi. Eppure, l’idea che il 25 Aprile sia una ricorrenza di parte, una festività “rossa”, continua a serpeggiare e a riaffacciarsi nel dibattito pubblico.

Questa lettura non trae origine dagli eventi storici ma da una mancata riconciliazione nel dopoguerra e dall’assenza di una narrazione comune. In verità, si tende a dimenticare che le brigate partigiane erano, sì, antifasciste, ma tutt’altro che omogenee. Al loro interno convivevano anime diverse: dalle Brigate Garibaldi, legate al Partito Comunista Italiano, alle formazioni di Giustizia e Libertà, espressione del Partito d’Azione; dalle Brigate Fiamme Verdi, di ispirazione cattolica e vicine alla Democrazia Cristiana, fino alle formazioni azzurre, monarchiche e badogliane. Un mosaico articolato, quindi, che testimonia come la Resistenza sia stata un movimento nazionale.

Proprio questa pluralità rappresenta la chiave per restituire al 25 Aprile il suo significato più autentico: la fine della guerra civile e la liberazione di un intero Paese a cui concorsero donne e uomini diversi, uniti dall’obiettivo comune di porre fine alla dittatura e disegnare un orizzonte di libertà. Ma il 25 Aprile non è solo una data nazionale. È anche una tappa fondamentale di un percorso più ampio che riguarda l’intera Europa. Dalle macerie della guerra e dei totalitarismi nacque la consapevolezza che la pace non potesse più essere affidata ai precari equilibri tra Stati, ma dovesse poggiare su un progetto comunitario, inedito e fondato su uno spirito di coesione, mai conosciuto prima, tra nazioni storicamente antagoniste.

È in questo contesto che si colloca la “Dichiarazione Schuman” che aprì la strada alla nascita delle prime comunità europee (la Ceca nel 1951, la Cee nel 1957) fino all’attuale Unione europea. L’idea di un’Europa unita non fu soltanto economica o politica: fu, prima di tutto, una risposta storica alle tragedie del Novecento nonché il tentativo di trasformare un continente segnato da guerre e divisioni in un percorso di cooperazione nel quale, fin dall’inizio, l’Italia ebbe un ruolo da protagonista. In questo senso, la liberazione italiana si inserisce pienamente in quel processo più ampio di rinascita democratica del Vecchio Continente. Risulta utile rammentare che, oltre a costruire la nostra identità, la memoria svolge una funzione ancora più profonda: ci fornisce gli anticorpi necessari per non ripetere gli errori del passato.

Per questo motivo è fondamentale coltivare una visione condivisa della storia, capace di tenere insieme le ragioni delle vittime e la consapevolezza delle responsabilità: non per cancellare le differenze, né per omologare le coscienze, ma per comprenderle fino in fondo. Oggi, in un tempo in cui nuove tensioni attraversano l’Europa e il mondo, il valore di quel percorso appare ancora più evidente. Per ogni cittadino, Unione europea e democrazia liberale devono rappresentare due entità culturalmente inscindibili caratterizzate dalla consapevolezza che non costituiscono un dato acquisito e irreversibile, ma una conquista da difendere e preservare. E il 25 Aprile ci ricorda proprio questo: che la libertà non è mai definitiva, ma va custodita ogni giorno, anche attraverso istituzioni comuni capaci di garantire pace e cooperazione tra i popoli. Ricordare, allora, non è un vacuo esercizio celebrativo ma è un atto civile che implica l’obbligo di perdonare, andare avanti e avere la forza di andare oltre. E proprio in questo “andare oltre” risiede il senso più profondo del 25 Aprile, una data che non appartiene a una parte, ma a tutti coloro che credono nella democrazia ricordando il monito di Bobbio: «Prima di essere un sistema politico, la democrazia è un modo di essere».

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