I dibattiti notturni per il piano di governo

Il Pgt non è l’acronimo di un nuovo modello di granturismo o di una recente scoperta della chimica, bensì il Piano di governo del territorio, una variante del quale è stata dibattuta per una settimana in consiglio comunale.

Un fervore di lavori che ha impegnato i rappresentanti del popolo dì e notte: nelle ore chiare per analizzare, suggerire, contrastare, integrare uno strumento urbanistico che ha compiuto dieci anni, le tenebre invece per provare a conciliare i sogni con gli incubi. La ragione sociale si può condensare nella necessità di dare risposte alle trasformazioni del tessuto cittadino, a cavallo tra la sfida della riconversione delle aree industriali dismesse e lo sviluppo del turismo. Tralascio il capitolo intriso di polemiche e discussioni che pure sono il sale d’ogni contesa (si pensi alla collina di Cavagna o l’area ex Leuci). La prima obiezione, dopo il via libera, riguarda il mancato coinvolgimento dei cittadini o meglio la loro mancata partecipazione se non per interessi di bottega. Sono certo che il destino di ogni cittadino debba fare i conti con le regole di questo strumento che ti sveglia se sei distratto o dormi nell’indifferenza.

Nella mia adolescenza, a ridosso del boom economico, si parlava di Piani di fabbricazione, una definizione plastica che contemplava il compito del Comune di disciplinare e promuovere la “costruzione di edifici” come condizione di benessere individuale (i nuclei abitativi) e collettivo (dalle fabbriche ai servizi). Nascono subito dopo i Piani regolatori, ben più ricchi di implicazioni e prospettive, dove trovano accoglienza valutazioni geologiche e ambientali, attenzione ai beni storici, rete dei servizi. Pensiamo a Lecco e alla moltiplicazione delle officine vicino a casa, lungo il Gerenzone, con gli inevitabili ostacoli per accessibilità, rumore e logistica. Una volta anche questioni più spinose venivano vissute con entusiasmo per il lavoro che assicuravano. Infine, nel 2005 si fa strada il concetto di PGT con una riforma regionale targata Formigoni. Torno al mio pallino: la necessità di un dialogo costante con i cittadini e gli operatori economici, indispensabile per disegnare la città del futuro.

Ricordo senza cedimenti nostalgici né retorici che negli anni Settanta da segretario della Dc con Guido Puccio sindaco e Pinin Resinelli assessore all’Urbanistica presentammo il Piano regolatore per tre volte nei 13 quartieri della città. Centinaia di partecipanti, laddove la vicenda umana s’intrecciava con la norma e non mi pare che oggi i social permettano analoghe interazioni, possibili solo con la concreta conoscenza di vie, località e radici comuni.

Dall’acceso dibattito di questi giorni, che ho provato a seguire con diligenza e senza euforia, mi sento di estrarre dal mazzo i consiglieri più appassionati e competenti: Corrado Valsecchi, Stefano Parolari, Cinzia Bettega, Casto Pattarini, Andrea Frigerio e, tra i giovani, Simone Brigatti e Pietro Regazzoni. Li cito spogli d’ogni divisa, perché ho colto il loro interesse per Lecco, la loro curiosità e a volte una conoscenza che ritenevo patrimonio dei politici del secolo scorso. Confesso, per colpa mia, di non avere capito per la dizione e la grammatica gli interventi di Alberto Anghileri. Avrà anche scoperto la luna ma a me non mi ha illuminato nessun raggio. Forse perché lo avevo in mente come spina nel fianco del sindaco Brivio e ora me lo ritrovo a deporre rose sull’altare del Gatto, alla faccia della coerenza.

Credo che per poter parlare a proposito di un PGT occorra conoscere a fondo i luoghi simbolo della città, non solo i quartieri (sempre ammesso che li sappiano elencare, da Laorca a Chiuso). Di sicuro, al di là della toponomastica, la vera cifra è che il PGT dovrebbe avere un’anima: gli architetti e i politici pontificano di vision mentre io intendo quell’intreccio nascosto ma efficace che lega persone e paesaggi. L’unica ricchezza che la proietta verso il futuro senza velleità, con l’occhio dell’imprenditore e non dell’avventuriero. Certamente, l’osservatore di passaggio non potrà non notare che, sotto questo cielo invernale e olimpico, alberghino di più le chimere a cinque stelle, per ora materiale prezioso per gli specialisti dell’annuncio, che un disegno capace di ereditare lo spirito e la concretezza del fil di ferro per scrivere con gli alfabeti del terzo millennio il destino di una comunità.

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