I parcheggi a lecco come l’etna di benigni

In quella sequenza capolavoro di “Johnny Stecchino” durante la quale l’infantile personaggio di Roberto Benigni muove i suoi primi passi nell’arida e tentacolare (sic) Palermo, l’immenso Paolo Bonacelli elenca grottescamente le tremende piaghe della città e della Sicilia intera: l’Etna, la siccità e il terribile traffico. Se i tempi comici dell’avvocato di Johnny venissero declinati in salsa lariana e l’auto sfrecciasse lungo una qualunque arteria lecchese, la scena potrebbe essere più o meno la stessa. La parodia del lecchese medio elencherebbe molto probabilmente la pioggia al posto della siccità, manterrebbe senza dubbio il riferimento al traffico e, ciliegina sulla torta, eliminerebbe il vulcano per lasciare spazio alla vera terza piaga lecchese. I parcheggi.

Intendiamoci, al di fuori di ogni ironia: il problema dei posti auto esiste, eccome. Anzitutto, esiste in modo direttamente proporzionale alla morfologia del capoluogo. Lecco è una non città, a volerla osservare con occhio clinico: un codice binario di pieni e vuoti, di vecchi nuclei di paese e terre di mezzo cementificate solo nel Dopoguerra. Logico che in corrispondenza dei centri storici dei vari rioni, sostanzialmente identici a cent’anni fa, l’ampiezza delle strade e la possibilità di sosta siano rimaste quelle di quando le auto erano poche e smilze. Senza contare che qualche rione pensa bene di abbarbicarsi in salita, che alcuni nuclei hanno virato più di altri su una pura e diffusa residenzialità, che non tutte le operazioni urbanistiche degli ultimi cinquant’anni hanno portato in dote gli standard dovuti, che solo alcuni dei rioni vivono di afflussi esterni (turistici o lavorativi). E si potrebbe proseguire a lungo con i distinguo.

Il sugo della storia è, però, uno solo: un unico metro di giudizio è forse l’esercizio sartoriale meno adatto alle frastagliate forme del capoluogo. Figurarsi, poi, del centro città.

E qui il discorso trova parziale conferma in alcune delle ultime scelte compiute dal Comune. Ora, non è un mistero che l’intenzione di Palazzo Bovara sia quella di ridurre man mano i posti bianchi (quelli senza limitazioni) e quelli gialli (esclusivamente riservati ai residenti), in favore delle strisce blu. L’obiettivo dichiarato è quella di diminuire il tempo medio di permanenza di ciascun veicolo sul singolo posto auto durante il giorno (che a seconda della stagione va fino alle 20, oppure fino alle 24), riservandolo invece ai soli residenti durante la notte. Va da sé che, con queste nuove regole, il posto blu resta gratuito per i residenti anche durante il giorno, ma non più riservato. Ed è questo il punto chiave della questione.

L’operazione ha finora riguardato diverse aree che circondano la Ztl del centro. Tra le prime, via Resinelli e via Marco d’Oggiono. Tra le più recenti, via Parini. Senza contare il gruzzolo di posti auto persi per ragioni di restyling sul lungolago. Che non c’entrano con il discorso, ma aggravano comunque un bilancio già problematico.

Chiunque faccia due passi per la città, scopre con grande facilità che le conseguenze della ritinteggiatura blu delle strisce ha sortito effetti molto diversi tra una zona e l’altra. In via Parini e via Manara, ad esempio, tutti i posti blu risultano completamente liberi per gran parte del giorno (fatta eccezione, forse, per il sabato sera e la domenica pomeriggio). Dal che si potrebbe desumere che effettivamente, in quel caso, l’uso dei posti bianchi era in buona parte dei casi favorito dalla natura gratuita degli stalli e che la reale domanda di posti auto in zona sia piuttosto bassa. Discorso opposto in via Resinelli, dove il cambio di striscia non ha mutato le abitudini: i posti sono sempre pieni, a qualunque ora del giorno e della notte. A conferma del fatti che quell’area è davvero vissuta come una valvola di sfogo per le necessità di sosta della parte alta del centro città, oggettivamente povera di parcheggi privati o interni alla Ztl. Stesso discorso per piazza Mazzini.

Che fare? La formula magica non ce l’ha la sinistra, come non ce l’ha la destra. Sul fronte viabilità, come in pochi altri ambiti della pubblica amministrazione, è anche giusto procedere a colpi di sperimentazioni, test, tentativi. L’unica perplessità è quella di poter ambire ad applicare un’unica regola a tutte le aree che circondano la Ztl: i modelli macro sono molto più affascinanti delle soluzioni ad hoc, ma perdere tempo ed energie sul caso singolo è talvolta un esercizio di politica più alto delle visioni a volo d’aquila. A patto che, ovviamente, non si abbia a che fare con la maledetta siccità. O con l’Etna.

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