Quanto tempo ancora i lecchesi dovranno sopportare? Fino a quando il centro città resterà immerso nella palude silenziosa di un degrado imposto alla collettività da una sparuta minoranza di individui?
Le risposte sembrano soffiare nel vento. Del resto, pare quasi impossibile liberarsi una buona volta da un problema che non ricade del tutto sotto le categorie del reato o della flagranza. Tra le suddette categorie e il traguardo di un decoro duraturo, si estende però una prateria vasta quanto le pampa sudamericane. Insomma, mentre il governo si prepara a varare misure spot a tema sicurezza (sull’onda mediatica di alcuni casi eclatanti registrati dalle cronache degli ultimi giorni), i Comuni, i singoli cittadini, i negozianti stessi sono invece costretti a confrontarsi quotidianamente con un degrado subdolo e strisciante, che prescinde da coltelli o cariche di delinquenti incappucciati.
L’aneddotica, anche a Lecco, ormai si spreca. C’è chi è costretto a guadagnarsi la via di casa attraversando frotte di ragazzini immerse in fumi più o meno legali e musica ad alto volume; chi deve interrompere un’allegra compravendita di spaccio per poter passare con bambini o carrozzine al seguito. Ci sono anziani che non escono più a orari serali. Ci sono studenti che attraversano il passaggio pedonale tra stazione e Meridiana (o tra stazione e via Cavour, poco cambia) in diretta telefonica con il proprio genitore. Infine, se qualcuno vuol provare l’ebbrezza di uscire verso le nove o dieci di sera e percorrere via Cavour, scoprirà che i portici dell’Isolago odorano di un olezzo particolarmente aromatico e riconoscibile. L’effluvio di cannabis si spande per metri e metri anche lungo via Cairoli. La genesi della fragranza (chissà perché, mai colta in flagranza) è nel cortile centrale, dove una decina di ragazzi espleta ogni sorta di rito e necessità fisiologica. Qualche volta ci scappano le urla di qualche ubriaco, visibilmente alterato. In quei casi, tocca sperare di non attraversarne il cammino. Altrimenti, per bene che vada, sono improperi gratuiti.
E la mattina? La sagra del coccio di vetro anima artisticamente il porfido dell’intera area, la sporcizia domina sotto i portici di via Volta e lungo il periplo della stazione. Beffa delle beffe, a chi prende il treno da Milano Garibaldi in tarda mattinata capita pure la suggestiva esperienza di rivedere le stesse facce serali affluire sul convoglio alla spicciolata, dalle stazioni di Arcore, Airuno, Calolzio o Maggianico, per ricominciare poi da capo l’eterno giorno della marmotta del degrado lecchese.
Tutto questo, come detto, senza arrivare ai casi eclatanti dell’aggressione ai tassisti, maturata nelle scorse settimane, o quella dei giorni scorsi al barista.
La verità che i reati palesi non sono più il problema centrale (come era stato, invece, durante l’estate delle risse di tre anni fa). Il tema chiave è invece il senso di profonda insicurezza imposto a residenti e passanti della parte alta del centro città (forme diverse, anche se non meno evidenti, caratterizzano invece le piazze o la parte sud del lungolago).
Cosa possono fare le istituzioni locali? Anzitutto, non rifugiarsi dietro i facili teoremi dell’integrazione o dell’educazione, che riguardano fragilità sociali ben diverse da chi consapevolmente sceglie di chiamarsi fuori da forme di civile convivenza. Presidiare le zone d’ombra è fondamentale e, in questo senso, viene da chiedersi quanto il tema degli organici ridotti delle forze dell’ordine (Polizia locale in primis) possa sempre essere elevato ad alibi.
Nel caso specifico del Comune, il mandato elettorale viene consegnato a una maggioranza politica anche e soprattutto per compiere scelte politiche. La parte corrente dei bilanci comunali è sempre stata soggetta a valutazioni soggettive. Se la sicurezza è la priorità (tanto quanto, ad esempio, il verde pubblico), occorre trarne le dovute conseguenze.
Un’altra proposta concreta sarebbe quella di chiedere un atto di corresponsabilità (eufemismo) a quei bar o a quei piccoli alimentari che tollerano, e per certi versi attirano, questo genere di presenze. Infine, per quanto riguarda i singoli cittadini, si tratta di allertare, chiamare, avvisare e denunciare. Sempre e comunque.
Chi gestisce l’ordine pubblico in città ha probabilmente bisogno di ricordare come ragionano i cittadini. Non essendo né un pm, né un militare, il lecchese medio non gradisce di arrivare al punto in cui il fatto accada per poi vederlo sanzionato e condannato. Gradirebbe vivere invece nella certezza preventiva, quella sì, che il fatto non possa accadere. Non servono decreti legge, né slogan: serve un presidio, visibile, reale e continuativo.
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