Il diritto violato, ma l’Europa fa le fusa

All’indomani dell’operazione statunitense in Venezuela, Katie Miller, podcaster americana e moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, posta su X l’immagine della Groenlandia a stelle e strisce, con un commento emblematico: «Presto». Non è una dichiarazione ufficiale ma è un segnale politico.- E infatti l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Møller Sørensen, non la prende bene e risponde: «Ci aspettiamo il pieno rispetto dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca». La Casa Bianca porta avanti quanto scritto nel «National Security Strategy of The United States of America». Il fine della politica estera è la protezione degli interessi nazionali. Assicurare che l’America rimanga il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo: questa la strategia con la quale gli Usa interagiscono con il mondo. Così la cattura di Maduro è il primo passo per estromettere la Cina dal Sud America. L’obiettivo è assicurare il controllo su 300 miliardi di barili di petrolio, il 18% del totale mondiale, che il dittatore venezuelano aveva messo nella disponibilità di Cina e Russia. Questo il suo grande errore. L’accusa del narcotraffico è secondaria anche perché il fentanyl, la droga che miete vittime negli Usa, viene prodotta in Cina e raffinata in Messico. E tuttavia il governo italiano avvalora questa tesi e pur reputando l’azione militare esterna non congrua per mettere fine ai regimi totalitari, «considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza».Gli altri Paesi europei sono defilati come la Germania che per uscire dall’imbarazzo dell’evidente violazione del diritto internazionale chiede tempo. Ma nella Cdu il responsabile agli esteri Roderich Kiesewetter dice a chiare lettere quello che il cancelliere non può dire e cioè che l’attacco al Venezuela è un colpo di Stato. Macron in Francia si nasconde dietro all’ auspicio di un ritorno alle libere elezioni. Anche von der Leyen glissa e spera in una transizione alla democrazia.

Colpisce la prudenza della Danimarca, in prima linea per difendere la Groenlandia dalle mire di Washington. Il governo danese di Mette Frederiksen scrive di monitorare con gli alleati la situazione, auspica una de-escalation e si affida ad un appello per il rispetto del diritto internazionale. Che tutti sanno essere stato violato, ma nessuno in Europa ha il coraggio di denunciare. E questo dice tutto dello stato di impotenza europea. Russia e Cina condannano aspramente ma sono anche loro impotenti. Non hanno fatto nulla quando il loro alleato Iran è stato bombardato e anche adesso non hanno armi per rispondere. Intervenire militarmente sarebbe una follia per le altre super potenze che quindi,a questo punto, diventano di serie B. Si accontentano di occuparsi del loro orto di casa che per la Cina è Taiwan e per la Russia l’Ucraina. L’Europa è quindi presa tra due fuochi, da un lato la minaccia russa ai propri confini e dall’altro la sottrazione dell’unica speranza europea di uscire dalla dipendenza energetica e tecnologica: le terre rare della Groenlandia. Rimane solo l’Unione Europea, il portavoce di chi ancora crede in un mondo regolato dal diritto. Una parte consistente dei Paesi non intende sottostare alla legge del più forte e guarda a Bruxelles con speranza.

Ma l’Europa adesso è sotto scacco. Ha bisogno di tempo per raggiungere una propria autonomia militare e strategica e non è detto che ci riesca. Guardiamo alla sola Germania, Paese leader in Europa. Il 96% delle imprese tedesche importa tecnologie digitali o servizi digitali Smartphones, computer, laptops, chips, software, sicurezza cibernetica, dalla Cina o dagli Usa. Se Cina e Stati Uniti cessassero le forniture il 70% delle imprese tedesche potrebbe lavorare al massimo per un anno, poi dovrebbe chiudere. Ecco perché Berlino e Bruxelles non possono far altro che accodarsi a Roma e far le fusa a Donald Trump.

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