Editoriali / Merate e Casatese
Mercoledì 07 Gennaio 2026
Il Giubileo ha rimesso la Chiesa in cammino
DIeri mattina Papa Leone ha chiuso la Porta Santa della Basilica di San Pietro. Con essa si è chiuso il Giubileo della Speranza: sono passati 378 giorni e 33 milioni di pellegrini dal 24 dicembre 2024, da quando Papa Francesco aveva aperto questa medesima Porta, dando inizio all’Anno Santo. Proprio di fronte al rito simbolo della fine del Giubileo, una porta che si chiude, la Chiesa si scopre rimessa in cammino: indietro da tale misericordia non si può tornare. C’è ora una soglia diversa che si spalanca – forse meno appariscente, ma non meno santa. Questo uscio da attraversare assomiglia a quello dischiuso nella vita dei Magi, che occupano la scena della Solennità liturgica dell’Epifania: la loro rotta fissa una traccia spirituale che fa da filigrana al cammino dei credenti di ogni epoca. L’omelia del Papa ha sottolineato questo intreccio da cui muovere i prossimi passi, affinché l’esperienza giubilare, seppur conclusa, non venga consumata e sprecata.
Si percepisce forte il contrasto tra la gioia dei Magi e il turbamento di Erode: «Celebriamo oggi l’Epifania del Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima. Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: ‘Non c’è niente di nuovo sotto il sole’ (Qo 1,9)». Il Giubileo – che fa incontrare il Dio di Gesù attraverso il perdono dei peccati – fa sperimentare nella liturgia ciò che deve lasciare un segno nella vita di tutti i giorni. Altrimenti il Giubileo si trasforma in un segno vuoto, se non è la Porta Santa da cui accedere a un’esistenza nuova, a una logica diversa, a un modo di ragionare e di agire da cui lasciarci convertire, anche quando non è facile e ci costa. «È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono. Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato». I cristiani e la Chiesa sono quindi invitati a custodire questa vitalità, la novità di vita che scaturisce dall’incontro della fede.
Il Giubileo, poi, è un reale evento di speranza: è una trasformazione non solo dell’esistenza individuale, ma delle relazioni tra le persone, del modo di abitare la città, del rapporto con i poveri e gli oppressi. Nella Bibbia, l’anno giubilare rimetteva ordine negli squilibri sociali, tornando a farvi brillare il sogno di Dio. «Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo. Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate! Vanno però sottratte alle intenzioni di Erode, a paure sempre pronte a trasformarsi in aggressione».
Essere credenti in cammino significa adoperarsi concretamente per la pace, disinnescando i venti di guerra che spirano anche dentro di noi: «Non può non farci pensare a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti. Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?».
Ecco cosa significa diventare e restare “Pellegrini di speranza”. A queste condizioni «saremo la generazione dell’aurora». L’alba e la Porta Santa di un mondo nuovo.
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