Nel lontano 1960 uno dei maggiori giuristi italiani dell’epoca, Carlo Esposito, aveva sostenuto che il presidente della Repubblica assumeva un ruolo politico pieno, allorché - nelle situazioni di crisi - veniva chiamato a svolgere un’opera di mediazione nei confronti degli altri organi costituzionali. Opinione che ha trovato quasi sempre riscontro, nell’esercizio del mandato da parte dei dodici Capi dello Stato succedutisi dalla nascita della Repubblica ai nostri giorni. L’improvvida e balbettante scelta del Governo di emanare un decreto-legge, nel quale erano presenti norme palesamente lesive del diritto e contrarie alla legalità, non poteva non creare problemi di natura apertamente costituzionale. La soluzione avanzata dal Governo ha prodotto risvolti preoccupanti, fino a diventare una sorta di gioco delle tre carte. Lo dimostra l’evoluzione della vicenda, innescata dal decreto legge nel quale si prevedeva una malaccorta norma sulle modalità per incentivare il ritorno dei migranti in patria.
Allo scivolone sul decreto legge è seguita una vicenda dai connotati inquietanti, riguardante la possibilità di concedere la grazia a condannati. Il potere in questione è esclusivamente del Capo dello Stato, che lo esercita sulla base delle informazioni del ministero della Giustizia. Sul caso un’inchiesta de «Il Fatto Quotidiano» ha messo in rilievo le incongruenze delle informazioni sottoposte al presidente della Repubblica. Situazione incandescente che ha costretto il Colle a un secco altolà. Esito increscioso, ma indispensabile. A nessuno, infatti, può sfuggire che l’impacciato tentativo del ministero della Giustizia non è servito a diradare le ombre sull’imbarazzante atteggiamento del ministro.
Di fronte a tali avvenimenti si fa sempre più netta l’impressione che l’attuale Governo abbia smarrito la bussola: soluzioni normative e interventi nell’attività quotidiana galleggiano sul mare dell’incertezza. In tale contesto è preoccupante l’abuso dei decreti legge. Il Parlamento estromesso dalle decisioni e costretto a ratificare le scelte dell’esecutivo, portate al traguardo dall’abitudine a chiedere il voto di fiducia. Soluzione che snatura l’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione. Di fronte alla pericolosa tendenza dell’esecutivo, le prerogative del Capo dello Stato emergono in tutta la loro importanza. Il presidente della Repubblica ha il compito di garantire l’equilibrio dei poteri, indispensabile per evitare squilibri istituzionali. Su tale terreno il presidente Mattarella ha ripetutamente dimostrato di saper adottare, di volta in volta, le scelte coerenti al suo ruolo di garante dei principi costituzionali, ai quali fa sistematicamente riferimento.
Sul testo del decreto legge immigrazione il Capo dello Stato aveva mostrato perplessità, dichiarando che era suo dovere far presente che non avrebbe potuto dare l’assenso al testo del Governo se non fossero state stralciate le parti che il Capo dello Stato aveva segnalato. Un altolà, previsto dal Governo il quale aveva insistito, aggrappandosi alla circostanza che il decreto stava per decadere, passati i 60 giorni dalla sua emanazione. La vicenda sembrava destinata a arrivare fino allo scontro diretto tra il Colle e Palazzo Chigi. Valutato il rischio e consapevole delle conseguenze che ne sarebbero derivate, il Capo dello Stato ha ritenuto prudente accettare una soluzione, non proprio cristallina e certamente inusuale, che potesse sbloccare lo stallo verificatosi tra i due poteri dello Stato, presidente della Repubblica contro il Governo. La soluzione - rabberciata - di una norma correttiva, immediatamente dopo la ratifica del decreto legge ha evitato lo scontro, mettendo a repentaglio il rispetto dei principi della Costituzione.
Sulle vicende di questi ultimi giorni appare forte e chiaro il monito implicito, rivolto dal Capo dello Stato al Governo. Ed è facile coglierne il segnale: «Errare humanum est, perseverare autem diabolicum».
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