Ingabbiare la forza nel mondo multipolare

Già Seneca diceva «chi di spada ferisce, di spada perisce», che oggi potremmo anche parafrasare con «violenza chiama violenza», visto l’improvviso forte rigurgito dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. Dopo decenni in cui si era cercato di «ingabbiarla» in un insieme di regole, convenzioni non scritte e di organizzazioni internazionali (Nazioni Unite «in primis»), la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, il conflitto tra israeliani e Hamas e l’avvento di Trump con i suoi numerosi interventi militari hanno fatto uscire il «genio dalla lampada» dell’ordine internazionale e scatenato un disordine mondiale. In verità anche prima le numerose guerre già in corso (Yemen-Arabia Saudita, Sudan, Africa) avrebbero dovuto rappresentare un segnale di preoccupazione, ma l’Occidente euro-americano viveva in una specie di dimensione artefatta, di rigetto della realtà dei rapporti di forza che ha sempre sotteso le relazioni internazionali. L’analogia della progressiva irrilevanza della Società delle nazioni (fortemente voluta dal presidente americano Wilson) negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso con quanto sta avvenendo in questi mesi con l’Onu, deve preoccuparci, visti i precedenti storici. Putin, Netanyahu e Trump ci hanno fatto nuovamente precipitare in una realtà erroneamente a lungo esorcizzata, ma che è sempre esistita e in cui l’uso della forza fa premio su tutto il resto. Se non bastasse, in questi giorni la violenza più spietata invade i nostri cellulari o schermi televisivi attraverso le immagini della repressione irrefrenabile degli apparati polizieschi sulle folle che si sollevano per farla finita con il regime degli ayatollah in Iran.

Chi può riportare un po’ di stabilità? Nell’America di Trump e in un mondo che sembra aver archiviato l’illusione unipolare, la parola d’ordine non può essere che governare la multipolarità. In alcune versioni non ufficiali della Strategia di sicurezza nazionale americana s’è fatto riferimento al «mandare in soffitta» l’attuale G7 e creare un G5 di cui facciano parte Stati Uniti, Russia, Cina, India e Giappone, Paesi più rilevanti in relazione a influenza («hard power») e popolazione. La nascita del G5 non soffocherebbe certo la competizione come dato strutturale, ma potrebbe impedirle di degenerare. Dovrebbero essere chiare le linee rosse da non travalicare, nascere canali di comunicazione permanenti, gestione delle crisi per quanto possibile. In due parole: prudenza strategica. In tutto ciò dovrebbe entrare il discorso delle interdipendenze: la de-globalizzazione non avviene senza costi e con rischio di frizioni/scontri, quindi l’obiettivo per tutti non può essere quello di separarsi completamente, ma di ridurre le dipendenze critiche in termini di tecnologia, energia e sicurezza. Del resto gli attuali Fori politici informali di coordinamento, G7 e G20, hanno mostrato limiti obiettivi. Il primo è troppo ristretto e dominato da un Occidente non più così influente e coeso, il secondo è troppo esteso e, a livello decisionale, non ha consentito approfondimento e capacità decisionale sulle questioni maggiormente rilevanti.

Un «blocco delle democrazie» che sarebbe auspicabile per la difesa di certi valori (libertà di espressione, di stampa, Stato di diritto, test elettorali etc) sembra scontrarsi con la progressiva disaffezione verso il voto, il diffondersi di populismi e nazionalismi, le tentazioni di influenza sistemica (tramite i social media) delle multinazionali della tecnologia. È triste constatare che l’Europa non ha più - come dice Trump - le «carte in mano» per far parte di un G5 delle grandi potenze. Non perché sia irrilevante in senso assoluto, ma perché non ha unità strategica, capacità militare integrata, deterrenza credibile e rapidità decisionale. Forse può ancora esercitare una certa coercizione economica ed è una «superpotenza regolatoria», ma ciò non appare sufficiente in un mondo che ritorna a logiche di potenza «tout court». Anche laddove conserva il potere di influenzare attraverso standard normativi, diplomazia climatica e attrattività culturale, servono coerenza politica e credibilità strategica. Cosi come ha fatto la Cina negli ultimi 30-40 anni, l’Europa deve fare una nuova «attraversata del deserto» per diventare un polo autonomo, capace di combinare potenza militare credibile e «soft power» attrattivo.

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