La politica da Tik Tok che fa a pezzi le parole

In quel capolavoro di montaggio e scrittura che è la serie Sky sulla Coppa Davis del 1976, Adriano Panatta (che, diciamolo, quando abbandona la sua vena di indolente cinismo, rasenta le altezze di un filosofo epicureo) dice improvvisamente la sua sul talento. Il talento, sostiene, ha bisogno di tempo. Ma non nel senso dell’allenamento o della fatica (traiettorie che quasi mai hanno intercettato la sua parabola sportiva). Nel senso dello spazio di pensiero, di quel margine fisico che consente al fantasista di esprimersi per ciò che è davvero. In un gioco nel quale le palle arrivano a duecento all’ora, sostiene sempre Panatta, puoi pure essere Federer, ma finisci comunque per giocarti gli stessi due colpi dei comuni mortali. Il dramma è che, così facendo, si perde lo spettacolo di chi, nel polso e nel cuore, ha potenzialmente decine di possibili colpi. Di chi ha i numeri per uno slice a uscire e poi va a rete a fare una bella voleé. Le distanze si annullano, i pallettari se la ridono, la fantasia si squaglia. I game scorrono via uguali, veloci, prevedibili come una partita (doppia). Alla fine tutto diventa sterile e ordinario.

Ora, lungi da questo fondo paragonare la politica lecchese al tennis. Ma la sensazione è quella: manca tempo. Manca il tempo di parlare, di discutere fino in fondo della complessità. Manca il tempo per ascoltare un ragionamento quieto, lungo, ampio sulla città che potrebbe essere. Sentiamo parlare di posti auto che cambiano improvvisamente colore, di corsie che raddoppiano, di tagli di nastri, di spray al peperoncino. E nessuno che si prenda del tempo per spiegarci come allargare le maglie di un catino naturale (in un’epoca nella quale servizi e investimenti si misurano con il metro dei bacini demografici) oppure dove possa andare questo capoluogo riempito di mattoni, che corre il rischio di vedersi compresso tra Milano, Como e la Valtellina. Nessuno che prenda per mano gli elettori e racconti loro, per dire, lungo quale sentiero si perda quando i pensieri sono troppo pesanti. Oppure quale luci di notte, dal lago e lungo i crinali delle montagne, gli infondano il calore di sentirsi a casa.

Durante queste prime settimane di campagna elettorale, la fretta (e in certi casi la volgarità) è stata la cifra del dibattito pubblico. Fretta di annunciare, di presentare, di presenziare, di replicare, di rabberciare, di attaccare. La china è ormai sempre più ripida: chi comunicava per immagini reali, oggi attinge a piene mani dalla narrazione cringe dell’intelligenza artificiale; chi si affidava ai video, sforbicia su tempi e parole producendo in serie reel da vero tiktoker; chi aveva almeno l’arguzia di ideare slogan, si affida a monotematici e roboanti trend topic sui social.

E’ come se la paura fosse quella di arrivare dopo, o troppo tardi. Di dire una parola di troppo, giocandosi un voto (non sia mai). Verrebbe da chiedersi quando la politica ha iniziato a temere le parole di troppo. O, peggio ancora, le parole in generale. Quando una sana argomentazione è diventata elemento di noia o di sconfitta. Quando il dialogo, l’ascolto, una nota di demerito. Va riconosciuto che ci sono piacevoli e trasversali eccezioni in tutto questo. La pacatezza dei toni di Orizzonte per Lecco, ad esempio. Oppure quel senso di quiete che attraversa le attitudini di Boscagli quando si circonda dei suoi giri e non sta troppo gomito a gomito con gli alleati. O, ancora, una certa sinistra vecchio stile, che prova ancora a ragionare di ideali. Ma sono eccezioni, appunto, dentro un panorama irto di battute social sibilline, pose irritanti, colori, grafiche, pamphlet da elezioni studentesche.

La verità è che alla politica, come al tennis di Panatta, serve tempo. Serve il tempo di crescere e maturare all’ombra di un’esperienza amministrativa. Serve il tempo di attraversare i cambiamenti e le contraddizioni. Serve il tempo di annodare parole e concetti, con la calma di chi sa che non riceverà una pagella, un commento o una smentita alla terza sillaba che pronuncia. Al talento serve tempo. Sempre e comunque. Anche in politica.

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