L’attacco all’Iran vicolo cieco per trump

Nemmeno l’Intelligenza Artificiale sa dare una risposta alla domanda sempre più assillante: gli Usa attaccheranno l’Iran? L’ammassamento senza precedenti di assetti militari nella regione mediorientale per garantire capacità offensive e difendere le basi americane nell’area non lascia spazio a molto ottimismo. Ma la risposta alla domanda non può prescindere dall’analisi della pressione strategica israelo-americana esercitata nel tempo nei confronti di Teheran e rafforzatasi nell’ultimo anno. Le fortissime proteste di fine 2025, che hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone e sono sfociate in una carneficina senza precedenti (con decine di migliaia di vittime) da parte del regime degli ayatollah, trovano origine in gran parte dalle sofferenze economiche. È stato colpito dalla crisi anche uno dei pilastri che tiene in piedi economicamente l’Iran e cioè i «bazaari»: commercianti, mercanti, artigiani, con legami con il clero sciita, che controlla alcune delle leve finanziarie del Paese. Gli Stati Uniti hanno aggiunto a misure esistenti da anni nuove restrizioni di grande impatto su petroliere e società di trasporto cui si sono affiancate sanzioni su reti bancarie alternative, provocando una contrazione della spesa pubblica interna e un aumento dei prezzi che ha colpito pesantemente la popolazione.

Molte delle sollevazioni popolari sono state fomentate e sostenute logisticamente dalle agenzie di intelligence americane e da agenti del Mossad, che negli ultimi due anni hanno dimostrato di avere un vasta rete di connivenze organizzando operazioni anche di grande visibilità mediatica come l’assassinio nel centro di Teheran nel 2024 di Ismail Haniyeh, capo dell’ufficio politico di Hamas. Contemporaneamente Israele e Stati Uniti hanno orchestrato una massiccia campagna di stampa e sui social media per corroborare la convinzione dell’opinione pubblica che le proteste nascevano spontaneamente. Il messaggio è che il regime sia allo stremo e le proteste inarrestabili. Nel contempo Trump ha sostenuto di non voler lasciare gli iraniani al proprio destino, senza precisare se intendesse un intervento diretto americano per mettere fuori uso le infrastrutture critiche, decapitare i vertici (Guardie della Rivoluzione in primis) o creare le condizioni per il collasso istituzionale del Paese.

Trump e gli israeliani hanno costruito uno «schema di gioco» su molti livelli che sembrerebbe portare inevitabilmente a un intervento militare. Ma l’attacco non è ancora avvenuto: perché il presidente non ha tuttora preso una decisione? Perché è semplicemente caduto in un vicolo cieco. Le pressioni per un’azione muscolare, che gli vengono dalla potente lobby israeliana negli Usa e direttamente da Netanyahu, sono fortissime. Esiste la convinzione che non via sia occasione temporale migliore di quella attuale vista la debolezza della Russia impegnata nel conflitto in Ucraina, il tacito consenso di Arabia Saudita, dei Paesi del Golfo e forse della stessa Turchia. La Cina non ha espresso più di un generico appello alla moderazione.

Chi a Washington spinge contro il coinvolgimento americano fa notare che il consenso verso la presidenza è già molto basso e una nuova guerra allontanerebbe ulteriormente quegli elettori ai quali Trump aveva promesso di non farsi trascinare in conflitti internazionali. Se a tutto ciò si aggiungono la mancanza di chiarezza sugli obiettivi di una campagna militare che potrebbe rivelarsi ardua per la capacità di risposta iraniana e la difficoltà di trovare all’interno del variegato puzzle politico iraniano gli interlocutori capaci di garantire una transizione senza caos, l’incertezza cresce. Le elezioni di medio termine incombono a novembre e il costo politico da pagare sarebbe molto alto. Stretto tra due fuochi, il presidente, qualsiasi decisione prenderà, dovrà pagare un prezzo politico. Alla Casa Bianca s’è deciso di percorrere anche la strada diplomatica. Si tengono negoziati mediati dall’Oman che, qualora finissero in un successo, potrebbero rappresentare una sorta di «zattera di salvataggio» per Trump.

Qualcuno ha anche visto una certa volontà di compromesso di Washington che insisterebbe meno sulle richieste più inaccettabili per Teheran, come lo stop allo sviluppo di missili balistici a lunga gittata e la non proliferazione della tecnologia missilistica a milizie in Iraq, Libano e Yemen. Tuttavia, dal lato iraniano, non si vedono grandi aperture. Rimane intatta l’indisponibilità a rinunciare all’uso di energia nucleare pacifica e al trasferimento delle riserve di uranio all’estero, tanto da indurre i negoziatori americani a esprimere «delusione» dopo l’ultima tornata negoziale. Il rischio di escalation è tutt’altro che remoto e rimane sospeso sugli europei che più degli altri temono la chiusura dello Stretto di Hormuz per ragioni economiche, sui mercati internazionali che temono un’impennata del prezzo del petrolio e su tutti coloro in ansia per nuove vittime civili e per una conflagrazione suscettibile di allargarsi pericolosamente.

*ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca

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