L’Occidente è bello quasi solo per noi

Una delle grandi illusioni dell’Occidente - e degli Stati Uniti in particolare - che da mezzo secolo lo porta a perdere regolarmente le guerre è che il resto del mondo voglia diventare come lui.

Ma c’è un piccolo particolare. Il resto del mondo non lo vuole. Non gli interessa. Non ci pensa neanche lontanamente. Non ha alcuna ambizione di allinearsi, di omogeneizzarsi al nostro stile di vita, che consiste, in sostanza, nell’aperitivo in riva al lago e nelle serie televisive su Netflix. Giusto o sbagliato che sia, loro, gli altri, pensano ad altro. E noi, ottusi e capoccioni, prigionieri della nostra ignoranza e della nostra arroganza, sono decenni che continuiamo a sbatterci la testa.

Ogni volta che in un grande paese - tipo l’Iran, oggi al centro del mirino dei cervelloni di Washington - si scatena una rivolta popolare o studentesca, noi, belli, cellulitici e paciarotti nelle nostre camerette srotoliamo il solito ragionamento sul fatto che finalmente questi hanno capito quanto è bello essere occidentali, quanto è bello vivere come noi, quanto è bello essere noi. E quindi iniziamo a parlare degli iraniani in piazza, tifiamo per gli iraniani in piazza, ci struggiamo per gli iraniani in piazza, almeno per un po’ di tempo, fino a quando arriva il “delivery”. Ed è talmente gigantesca questa ondata di desiderio di libertà nel popolo iraniano, pensiamo sempre noi, impedita dai cattivoni del regime teocratico (che in effetti è un governo di dittatori e assassini, sia chiaro), unico ostacolo alla sua irrefrenabile voglia di Occidente, che a un certo punto riteniamo giusto attaccare, bombardare e invadere perché è doveroso portare la democrazia là dove tutti la anelano.

Ma in Iran la libertà e la democrazia occidentalmente intesa non la anela nessuno. O solo in minima parte e solo nei grandi centri urbani. Perché quello non è un paesello o uno staterello, non è il Venezuela o la Groenlandia. Quello è un impero - culturalmente, storicamente, antropologicamente - che esiste da tremila anni, che da tremila anni è retto da diverse forme di autocrazie, anche violente, anche mostruosamente violente, che non ha mai sperimentato la democrazia liberale, che neppure sa cosa significhi l’espressione democrazia liberale e quali siano le sue basi politiche, sociali ed economiche e che quindi, nella sua identità esistenziale, non vuole avere niente a che fare con l’Occidente.

E quando tu non capisci l’antropologia del tuo nemico, la sua essenza profonda, la guerra la perdi. E infatti questa guerra gli Stati Uniti la stanno perdendo. Anzi, l’hanno già persa. Non tatticamente, ovvio, non c’è alcun paragone tra la potenza di fuoco delle forze armate americane e quelle iraniane. Ma da un punto di vista culturale. Secondo la nostra ottica infantile, sciocca e razzista, al cadere della prima bomba le piazze si sarebbero rivoltate e ci sarebbe stato il cambio di regime. Bene, a Teheran non si rivolta nessuno. In parte perché i rivoltosi verrebbero uccisi dai pasdaran, ma in parte assai maggiore perché l’Iran profondo, l’Iran rurale, l’Iran che non si vede sulle nostre televisioni, considera l’Occidente il male assoluto. E se questo regime dovesse cadere, non arriverebbe né quello di Tocqueville né quello di Stuart Mill – nella cultura persiana l’individuo non esiste, esiste solo la collettività - ma un altro regime, magari più laico, magari più giovane, ma sempre di regime stiamo parlando. E’ per questo che la guerra in Iran è già persa, così come quelle in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria e tutte le altre guerre demenziali che l’Occidente, sventolando il vessillo della democrazia da esportare, una delle più clamorose idiozie prodotte dal pensiero neoconservatore negli ultimi trent’anni, ha portato in giro per il mondo, come uno psicopompo iettatore.

Mentre, al contrario, non lo sono affatto per Israele. Mettiamoci nei panni degli israeliani. Se l’Iran è “il” nemico esistenziale, quello che ha al punto uno della sua agenda l’annientamento dello Stato di Israele e quindi è il finanziatore di Hamas in Palestina, di Hezbollah in Libano e degli Houthi in Yemen, è del tutto “logico” – attenzione, qui non interessa dire se giusto o sbagliato, efficace o deleterio, umano o disumano – ripetiamo, del tutto “logico” che gli israeliani vogliano colpite l’Iran tutte le volte possono, da soli o assieme agli Usa. E non c’è un israeliano, anzi, non c’è un ebreo, di destra o di sinistra, che non sia d’accordo. Per gli Stati Uniti no. Per gli Stati Uniti questa guerra è pura follia.

E per quanto possa sembrare scandaloso, neppure le donne persiane, vittime privilegiate della dittatura dei pasdaran, vogliono vivere come noi, non ci pensano nemmeno. Anche loro vogliono ancora un impero, anche se meno islamico e più laico, e pretendono di stare al mondo come dicono loro, non come diciamo noi. D’altra parte, c’eravamo già cascati nel 1979, quando la rivoluzione aveva cacciato lo Scià e fatto andare al potere Khomeini. Anche lì non avevamo capito nulla, ci eravamo illusi che gli iraniani in rivolta odiassero Reza Pahlavi perché corrotto e sanguinario - quale era, in effetti - e anche in quella occasione era ripartita la tiritera sull’aiutarli e il supportarli e il sostenerli, senza comprendere che il popolo non lo detestava in quanto dittatore, ma in quanto alleato degli americani, anzi, in quanto loro fantoccio. E questa è una cosa che il popolo di un impero non può sopportare. Già allora gli iraniani non avevano nessuna intenzione di vivere come noi, non erano affatto gli idioti che ci eravamo dipinti che dopo ventisette secoli di storia si accorgono di aver visto finalmente la luce.

Nessuno vuole essere l’Occidente. Non il Medio Oriente. Non la Russia. Non la Cina. Non l’Africa. Solo molto parzialmente il sud America. L’Occidente esiste dove c’è la storia dell’Occidente. Quindi solo e soltanto in Occidente. Siamo soli in questo vasto mondo: prima lo capiamo, prima ci prepariamo per la resa dei conti.

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