L’attacco israelo-americano all’Iran è un cataclisma così ampio e sfaccettato che risulta quasi difficile scegliere un verso da cui prenderlo. Bisogna, innanzitutto, sgombrare il campo dalle argomentazioni retoriche di cui i diversi protagonisti si fanno scudo in queste ore. Quelle dell’Israele di Benjamin Netanyahu, il politico senza scrupoli che già nel 1992, da semplice deputato, agitava lo spettro dell’imminente raggiungimento della bomba atomica da parte dell’Iran che, come sappiamo, in questi 34 anni non è mai neanche arrivato vicino a costruirla. Quelle di Donald Trump, che nel 2018 diede disdetta all’accordo sul nucleare raggiunto da Barack Obama e che, a detta degli altri protagonisti del negoziato (Onu, Ue, Russia, Agenzia internazionale per l’energia atomica), stava producendo effetti positivi. Trump che in quel modo rimise in modo la spirale negativa che ci ha portato ai fatti drammatici di questi giorni. E nessun alibi, naturalmente, al regime degli ayatollah che, controllando un Paese di grande civiltà e di enormi risorse, hanno preferito investire in un folle progetto di espansione in Medio Oriente, attraverso milizie e organizzazioni terroristiche, invece di pensare a una popolazione di 90 milioni di persone che sempre più spesso, negli ultimi quindici anni, ha pagato col sangue il desiderio di manifestare tutta la propria frustrazione e insoddisfazione.
Questa crisi, che con l’allargamento dei bombardamenti rischi di mettere a soqquadro l’intero Medio Oriente e con il blocco dello Stretto di Hormuz di sconvolgere l’economia mondiale, nasce appunto dall’incrociarsi di tre diversi progetti imperialistici di controllo. Dell’Iran abbiamo già detto: solo un regime obnubilato dal dogmatismo poteva pensare, ospitando una popolazione sciita assai minoritaria rispetto alla quota sunnita, di imporsi come potenza regionale a colpi di terrorismo e di fanatismo. Il fatto che in queste ore l’Iran bombardi così tanti Paesi considerati complici del nemico americano non dimostra una raggiunta potenza militare ma piuttosto un isolamento politico senza rimedio. È la più evidente e clamorosa certificazione del fallimento della Rivoluzione islamica che il 30 marzo compirà 47 anni.
L’altro progetto è quello di Israele, ormai apertamente lanciato in una campagna di conquiste territoriali che il silenzio-assenso dell’Europa e degli Usa rispetto alla campagna di Gaza ha di fatto autorizzato. La Striscia, il Sud del Libano, parte della Siria, domani la Cisgiordania, con le relative risorse. Non certo l’Iran, che però dev’essere «normalizzato», ovvero essere privato di qualunque possibilità di essere un rivale regionale capace di opporsi a tale espansione.
E infine gli Usa di Donald Trump. All’attuale inquilino della Casa Bianca importa poco se le Guardie della rivoluzione sparano agli studenti che protestano o se nel 1979 l’ambasciata Usa di Teheran fu presa d’assalto dai facinorosi. L’essenziale, per chi persegue una nuova grandezza per l’America, è mettere sotto controllo la maggiore quantità possibile di risorse naturali, quelle energetiche in primo luogo, per indirizzare i mercati globali al sostegno della vacillante economia americana. È questo il senso dell’operazione in Venezuela (primo Paese per risorse petrolifere accertate), delle pretese sulla Groenlandia (futuro e decisivo presidio sulle rotte commerciali che dovessero aprirsi nell’Artico) e anche della duplice (a luglio e adesso) spedizione contro l’Iran, ricco di gas e petrolio che ora vanno soprattutto verso la Cina ma domani chissà…
In tutto questo manca l’unica cosa che davvero servirebbe: un’idea di futuro, un piano per il Medio Oriente, uno spunto per credere che l’obiettivo (o almeno uno degli obiettivi) sia stabilizzare e pacificare una regione tanto importante per gli equilibri internazionali. E fa davvero impressione sentire i protagonisti che parlano di sicurezza e di pace quando ogni loro singola azione e decisione va in senso contrario. Con le ripercussioni, anche quelle più lontane, che nessuno mai calcola. Chi spiegherà all’Ucraina che la chiusura dello Stretto di Hormus, peraltro largamente prevista, può far schizzare in alto il prezzo del petrolio e fornire così alla Russia nuove risorse per la guerra?
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