Il referendum del 22-23 marzo costituiva per il governo un passaggio fondamentale nel processo di riforma dell’impianto costituzionale che contemplava tre tappe: autonomia differenziata, riforma della magistratura e premierato. L’esito refendario impone ora a Giorgia Meloni di rinunciare definitivamente ad ogni velleità riformatrice e di concentrarsi sulla opportunità di fare chiarezza su altre questioni non meno dirimenti. Nel campo della politica estera, ad esempio, per troppo tempo la presidente del Consiglio ha potuto muoversi in una zona grigia, fatta di equilibrismi tra fedeltà atlantica, retorica sovranista e ambiguità strategiche.
Ma il contesto internazionale ora è cambiato e lo spazio per queste ambivalenze si è drasticamente ridotto. La frattura aperta da Donald Trump tra Usa ed Europa rappresenta una variabile con cui risulta necessario confrontarsi. Si badi bene, non si tratta solo di stile o di diplomazia ma di una profonda divergenza su valori, alleanze e visione del mondo. L’attuale scenario, pertanto, obbliga gli Stati a fare delle scelte precise alle quali nessuno può sottrarsi, Italia compresa. In questo senso, risulta incoerente il sostegno all’Ucraina, che implica una difesa dell’ordine internazionale e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, e contemporaneamente coltivare una vicinanza politica e ideologica con chi, quell’ordine, lo mette in discussione.
Come ha scritto Marcello Veneziani (la Verità, sabato 28 marzo), la politica estera inizia ad essere il punto debole di Giorgia Meloni che, a torto o a ragione, è stata associata ad “una guerra pericolosa e insensata che risponde al disegno egemonico di Israele in Medio Oriente”. Non solo. Davanti alle periodiche esternazioni di Donald Trump contro gli europei “codardi e parassiti”, la premier è rimasta silente volgendo lo sguardo altrove. Idem, sulla questione dei dazi. Lo studio dei flussi elettorali ha chiarito che perfino una parte degli elettori di destra ha ritenuto incomprensibili i silenzi sull’attacco all’Iran e sulle gravi conseguenze economiche derivanti dal conflitto, mentre il presidente Usa e i suoi compari seguitano ad arricchirsi con i continui rimbalzi delle Borse.
Giorgia Meloni, pertanto, è chiamata a scegliere: non si può stare, nello stesso tempo, dentro e fuori l’Europa politica, dentro e fuori l’Occidente democratico. Si tratta di una contraddizione che agli occhi dell’opinione pubblica e della componente più giovane dell’elettorato risulta inaccettabile. Il sostegno incondizionato a Israele, i silenzi sul genocidio di Gaza e l’assenza di una posizione chiara sull’attacco degli Stati Uniti all’Iran (“non condanno e non condivido”) hanno eroso la credibilità di Giorgia Meloni.
In questo senso, occorre prendere atto che l’esito refendario non è stato un incidente di percorso. È stato un messaggio, chiaro e inequivocabile, di un elettorato che ritiene la democrazia liberale l’architrave su cui poggia la nostra società. Si tratta di un monito che impone alla Meloni di spiegare da che parte intende stare. La sconfitta referendaria è destinata ad aprire un ampio confronto all’interno della destra italiana che dovrà, pertanto, scegliere tra due opzioni: l’approdo europeista, conservatore e popolare oppure il trumpismo radicale, identitario e antieuropeo.
La prima ipotesi postula la necessità che la destra impari a sentire “propria” la Costituzione repubblicana rinunciando definitivamente a ogni progetto riformatore non condiviso con l’opposizione. La seconda ipotesi si fonda sull’adesione ai principi e ai valori del movimento Maga che negano la centralità dello Stato di diritto e della separazione dei poteri. Diciamolo chiaramente, Donald Trump resta un corpo estraneo alla cultura occidentale che risulta incompatibile con l’ideologia populista e ultranazionalista di un movimento che si colloca lontano dai principi della democrazia liberale.
Non possiamo dimenticare che il nostro paese vanta una tradizione culturale che si pone agli antipodi del fanatismo ideologico di Trump e dei suoi accoliti che vagheggiano un mondo dominato da una feroce oligarchia che intende corrompere e piegare i parlamenti nazionali alla tutela dei propri interessi. Per queste ragioni, sappia, Giorgia Meloni, che il tempo delle ambiguità è scaduto.
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