Pensioni, bisogna rovesciare i parametri

Sulle pensioni c’è stato l’unico momento di vera difficoltà politica nell’ultima legge di bilancio, con alcuni azzardi dell’ala oltranzista della Lega, subito rientrati lasciando il cerino in mano a Matteo Salvini, che ha incassato l’ennesima sconfitta nella velleitaria battaglia contro la legge Fornero.

Sarebbe ora di rinunciare a sabotare ogni anno una legge basata su un criterio oggettivo, il collegamento con l’aspettativa di vita, e magari fare un ragionamento serio sulla nostra previdenza, alle prese proprio con un fattore demografico che non si può più ignorare. L’occupazione è aumentata, ma è del 63% contro un 70% medio europeo, e per le donne siamo solo al 54%. Se i tassi di occupazione, gli orari e la produttività rimarranno uguali a oggi, il calo della popolazione in età da lavoro provocherà una diminuzione del Pil del 6,8 per cento entro il 2050. Anche se riuscissimo a raddoppiare la natalità, non sarà possibile sostenere il sistema pensionistico senza modificarlo portando ben più in là le intuizioni della Fornero. Non basterà neppure puntare su più immigrati, che pure sostengono il Pil con lavoro e contributi. Secondo Bankitalia «l’ingresso di cittadini stranieri ha interamente sostenuto la crescita della popolazione residente dall’inizio degli anni 2000 fino al 2014».

Ma dal 2015 i flussi di immigrati in Italia si sono ridotti, e soprattutto hanno cominciato ad andare via sia gli stranieri che gli italiani, in genere giovani e laureati, quasi 300mila nel 2025. Tutto questo ha effetto sulla questione pensioni, visto che con un Pil di circa 2.300 miliardi, la spesa per la previdenza pesa per 360-400 miliardi, erogando 23 milioni di assegni a circa 16 milioni di persone, destinate a crescere per il fattore demografico di cui sopra. Per la popolazione con più di 65 anni si passa dal 25% attuale al 35% del 2050, mentre la fascia sottostante, fino a 15 anni (età lavorativa) scenderà dal 68% al 54%. È chiaro che questo andamento è insostenibile, per un Paese che - si badi bene - ha già la vita lavorativa più corta d’Europa, anche se si protesta per il mese in più al lavoro dal 2026, ma Eurostat segnala che la vita lavorativa media italiana arriva a 32,8 nel 2024 (la più breve tra 27 Stati) mentre in Europa è salita da 34,9 anni a 37,2. Occorre allora una revisione sostanziale perché il paradosso di una carriera lavorativa bassa ed età pensionabile alta è dovuto a debolezze strutturali che stanno ai due estremi: tardivo ingresso nel mondo del lavoro (attese, tirocini, contratti brevi) e prematura uscita per prepensionamenti variamente motivati. In mezzo, lavoro discontinuo, specie femminile e perdurante peso (costo 4 miliardi) dei baby pensionamenti. Temi di grande interesse per sindacati e partiti che guardino al di là del proprio naso. Altro che giochini demagogici, quote che compaiono e scompaiono, furbizie Inps per pagare le pensioni il 5 gennaio, causa festività (oggi basta schiacciare un bottone).

Ma c’è anche qualcosa di più su cui riflettere. Sulla newsletter del Centro Einaudi di Torino, Emanuela Pasqualitto ha segnalato la necessità di un modo nuovo di vedere la questione pensionistica, rovesciando il parametro del “quando” si va in pensione nel criterio del “per quanto” ci si starà.

Utilizzando il rapporto tra pensione e durata della vita media, si scopre infatti che chi è nato nel 1975 avrà 18 anni attesi di pensione. Chi è nato nel 1990 ne avrà 21 contro 23 di lavoro, e chi è nato nel 2005 ne avrà 23 con 26 di lavoro. Per le nuove generazioni, ogni anno di vita attiva dovrà sostenere quasi un anno fuori dal lavoro. Insomma, il tempo fuori dal lavoro si espande più rapidamente del tempo dentro il lavoro. «Immaginare una società longeva - dice la ricercatrice - significa riprogettare il rapporto tra tempo, reddito e significato, trasformando la longevità in risorsa, non in peso. Un tema quasi sociologico e culturale prima che statistico ed economico. «L’equilibrio fra tempo e valore diventerà la misura più autentica di una civiltà».

Altro che battaglie di retroguardia per un voto, e un’illusione, in più.

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