«Cosa posso dire? E’ che se penso a Bossi, penso a un pezzo della mia vita». Due giorni fa è morto Umberto Bossi, il senatùr. E questo si suppone lo abbiano appreso tutti. La sequela di commenti, ricordi, foto, aneddoti, citazioni, filmati, rivendicazioni politiche più o meno opportune, professioni di fede più o meno opportunistiche è stata interminabile, tanto a livello nazionale quanto sul piano locale. Non è tuttavia il tema di questo fondo discettare delle teorie federaliste propugnate dal senatùr fin dagli anni Ottanta, metterne in luce le contraddizioni o tratteggiarne l’agiografia. Il tema dell’editoriale muove invece i suoi passi dalla citazione in calce al fondo, parte della più ampia intervista a caldo a un esponente lecchese del Carroccio. Sono infatti le 21 di giovedì sera, e le agenzie battono da alcuni minuti la notizia della dipartita del grande capo leghista. Tocca ripensare alla prima pagina e trovare una soluzione per ricavare il giusto spazio, in qualche punto del timone, per una prima carrellata di ricordi locali. L’orario, si direbbe, è infausto. Ma, dal momento che nella grande cosmogonia dei giornali c’è un risvolto positivo quasi ad ogni problema, è anche l’occasione per registrare praticamente in presa diretta la comprensibile emozione dei militanti locali.
E qui va aggiunto un dettaglio. Vale a dire che, al di là di ciò che si pensi sulla Lega odierna targata Salvini, quell’altra Lega (quella verde, di Bossi e di Pontida) rappresenta oggi il movimento (vogliamo definirla corrente, o magari formula politica?) più longeva del panorama politico italiano. Quelli che un tempo erano i barbari sognanti che sbarcavano in una Roma colonizzata da volti e simboli vecchi di mezzo secolo (e anche per questo finivano tutti precauzionalmente confinati a dormire nelle camerate dei conventi), sono oggi l’unico retaggio dell’era geologica targata proporzionale. Il che, già di per sé, fa già intuire quanto possa essere il portato emotivo della scomparsa di Bossi per un militante leghista della prima ora.
Tornando alla serata di giovedì, ad ogni modo, si procede rapidamente a sentire al volo una mezza dozzina di militanti locali del Carroccio. I telefoni squillano, altri sono staccati. Tra le voci che entrano nel paniere del pezzo in via di composizione, c’è anche quella di un militante storico di Lecco. Uno di quelli che c’è dalla notte dei tempi, da quando i comizi dell’Umberto si consumavano nelle piazze e nei circoli lombardi e serviva una robusta scorta di guardaspalle del grande capo.
Ogni tanto l’intervistato abbozza una risata, un po’ per cortesia e un po’ per riflesso automatico. Come se dovesse proteggersi da un pensiero invasivo, magari anche per sdrammatizzare. A un certo punto, però, è evidente che parla a se stesso più che al giornalista. Aleggia nell’etere l’idea che stia in qualche modo tirando le somme su più di metà della sua vita. Lui non ne parla direttamente, ma i convitati di pietra dei discorsi sono le eterne macchinate per raggiungere il comizio del capo, le maratone notturne in via Bellerio a compilare le liste, le notti passate ad attaccare i manifesti e le mattine a volantinare. E ancora, le domeniche ai gazebo, le sere a leggersi Miglio, e via discorrendo.
Alla fine, tra una cosa e l’altra, butta lì una frase. «Bossi? E’ stato un pezzo della mia vita». Un pezzo della sua vita. E lo è stato davvero, senza retorica. Quell’eterna cascata di istanti divorati in modo famelico dall’impegno politico (ispirato poi da lui, dal grande capo), è in effetti anche aritmeticamente la maggior parte della vita. E il nostro leghista lecchese non è solo, non è l’unico. E’ uno dei tanti che trent’anni fa aveva deciso di crederci. In Bossi e nel federalismo, come altri invece lo hanno fatto con Silvio e il kit azzurro, altri in Bettino e nei garofani all’occhiello, altri ancora in Berlinguer e il sol dell’avvenire. Le ideologie contano fino a un certo punto, si rischia di andare fuori tema. Qui si parla del modo in cui le si abbracciava, del modo di fare politica. E, anzi, di una politica vera, che esce dalle viscere della gente. Gente che ha realmente speso pezzi di vita dietro a simboli e leader.
Bene, se giunti a questo punto, il fondo può apparire romantico e in qualche misura ottimistico, ecco, direbbe il grande bardo, che arriva l’intoppo. Perché queste persone – la politica viscerale, come l’abbiamo definita – è oggi preda della sua controfigura insulsa. Del riflusso che si maschera da crociata, degli influencer che si travestono da leader. Aver ridotto questa gente alla stregua di banali esecutori, di ingranaggi di un sistema verticistico, virtuale e senz’anima (né pudore, peraltro), è un delitto che non merita nemmeno espiazione.
«E’ stato un pezzo della mia vita». Di quale leader, di quale simbolo oggi lo si potrebbe affermare con lo stesso trasporto e lo stesso sorriso?
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