Quel cristo in libano indigna e interroga

L’atto con cui un soldato delle forze israeliane ha violentemente profanato un crocifisso a Debl, nel sud del Libano, è di una barbarie che si commenta da sé e va ben oltre l’affronto alla fede cristiana: coinvolge un’intera civiltà che sull’esempio e sul sacrificio di quell’Uomo messo in croce ha offerto per secoli - e continua a farlo - un modello di vita, e non solamente interiore. Ma quell’immagine che l’altro giorno ha fatto il giro del mondo, se non la guardiamo distrattamente, trasmette una forza straordinaria, ponendoci anche di fronte ad un interrogativo angosciante. Lo stesso che assale chi guarda l’affresco con cui Michelangelo ha raffigurato il martirio di Pietro nella Cappella Paolina, crocifisso a testa in giù (proprio come appare la statua di Debl durante l’assalto del soldato) e con lo sguardo rivolto non verso l’alto - verso Dio -, o verso i suoi torturatori, ma all’esterno, verso chi guarda la scena: noi. Non si lamenta, Pietro, non chiede pietà, non si preoccupa di ciò che gli accade, è già «oltre» e ingaggia con noi, chiamandoci in causa, una sorta di dialogo, fatto di una domanda soltanto: «Ma tu - sembra dirci il primo discepolo di Gesù - fino a che punto sei disposto a restare fedele a Dio e alla sua croce?». Che ci piaccia o meno, quello scatto - così come quello sguardo dipinto quasi cinque secoli fa - ci interroga visceralmente: quanto oggi siamo disposti a testimoniare la nostra fede? Ce lo chiede quel Cristo rovesciato, che ha rovesciato i valori del mondo ma che ancora oggi lo governano: il potere, il successo, il denaro. Non basta indignarsi di fronte all’immagine di quel soldato che umilia un simbolo, forse senza nemmeno sapere bene quel che sta facendo. Come Pietro, bisogna andare oltre, bisogna anche avere il coraggio di rispondere alla domanda che quell’atto violento ci sottopone silenziosamente.

Dobbiamo avere il coraggio di rispondere alla chiamata di Pietro, non possiamo sottrarci alla domanda muta dell’apostolo che ha subito il martirio per Cristo. Soprattutto noi, che «non possiamo non dirci cristiani», come Benedetto Croce (non credente) scrisse in un saggio nel 1942 per sostenere che il Cristianesimo ha compiuto una rivoluzione morale tale da rendere il suo spirito parte integrante della civiltà occidentale, al di là della fede religiosa in cui ciascuno di noi crede, o non crede. L’indignazione per quel gesto barbaro è l’indignazione verso ciò che quella statua «trafitta» rappresenta: il cuore del Cristianesimo e che ci dice (ed è l’unica religione a dirlo) che la Passione del Crocifisso è la Passione di ogni figlio d’uomo barbaramente eliminato, offeso, ferito, rifiutato. Lo scandalo del gesto di distruzione del Crocifisso-statua allude simbolicamente alla distruzione del Crocifisso-umanità. Anche a quell’ebreo che distrugge la statua dovrebbe essere chiara la distruzione di migliaia e migliaia di crocifissi di carne che in questo tempo - da Gaza, all’Iran, passando per l’Ucraina e le altre decine e decine di guerre dimenticate - vengono appunto crocifissi. Da sempre, nel mondo, ci sono crocifissi che vengono continuamente crocifissi. La nostra giusta indignazione per quel gesto «militare» dovrebbe estendersi allora anche a tutti i crocifissi di carne che in quel Crocifisso si sentono rappresentati, e che lo stesso Crocifisso incarna.

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