Quel debito di sinistra verso il realismo

Quand’è che una narrazione supera il sottile confine che la separa dal diventare stucchevole? Quando una melodia gradevole finisce per apparire dissonante? Non esiste una risposta univoca. La narrativa direbbe che è un mistero: lo stesso chiodo che per anni aveva sostenuto il quadro, improvvisamente lo fa cadere. Quel che conta, ad ogni modo, è almeno porsi la domanda. E dovrebbe porsela, probabilmente, il centrosinistra a Lecco. C’è un limite alla narrazione dell’amministrazione uscente?

La coalizione che sostiene il sindaco Mauro Gattinoni è impegnata da settimane in un profluvio di iniziative – social e non solo – che rasenta ormai il marketing aziendale. Il sindaco che conduce il podcast, la sinistra che rispolvera gli influencer locali, Fattore Lecco che anima dibattiti su Zoom. E poi, ancora, un vasto campionario di reel tecnicamente perfetti, palette di colori ammiccanti, font moderni, slogan azzeccati.

Ma non si tratta solo dei media. C’è anche e soprattutto un tema di contenuti. Tutto è stupendo, a tinte pastello, i glicini fioriscono nei parchetti appena inaugurati, i nuovi posti nei nidi comunali salvano il futuro delle giovani generazioni, la Piccola e villa Manzoni chiudono i conti sull’annoso tema degli spazi urbani legati alla cultura. E ancora, l’ambiente è salvo, la città è felice, il futuro è ora. E via discorrendo.

Sul piatto ci finisce pure la relazione di fine mandato, della quale si è fatto un gran parlare. La Lega ha puntato il dito contro i 75mila euro spesi. Ma il punto non è quanto e come si possa aver attinto dalle casse pubbliche. Il documento è richiesto dalla legge, non è un’invenzione lecchese. Il punto, casomai, è l’uso che se ne fa. Sulla carta, la relazione dovrebbe semplicemente garantire trasparenza e continuità amministrativa: un passaggio di testimone, nulla più. Se tuttavia il momento della presentazione e i suoi contenuti si legano a doppio filo con gli slogan della campagna 2020 oppure finiscono dritti nelle stories e nei post di partiti e candidati quale tema di autopromozione, allora sì c’è qualcosa che stride.

Intendiamoci, nessuno rimprovera alla sinistra di essersi evoluta dai tempi dei dattiloscritti corsari del compagno Folagra o dai dazebao entusiastici dei docenti protagonisti delle pagine di Starnone. Il marketing in fondo è un gioco spietato: sei preda o predatore.

Lo sa fin troppo bene la Lega, che evidentemente ha deciso di giocarsi il voto moderato alla roulette russa di uno “Stop maranza e moschee” davvero di dubbio gusto, tracciato a caratteri cubitali sui manifesti elettorali.

Resta il fatto che, per tutti, c’è un momento in cui la politica deve fare i conti con la realtà. Il caso di Cavagna ha costretto l’amministrazione a un’immediata retromarcia, il dialogo sui parcheggi in via Spirola (dopo le proteste) è apparso di maniera, quasi autoreferenziali. Ed è ancora viva la rabbia dei residenti di via Balicco sull’hub dei bus, tanto quanto lo spaesamento delle associazioni sportive per il futuro del Bione. Sono solo alcuni degli elementi che sono recentemente risuonati da monito alla coalizione di Gattinoni.

Perché, in fondo, non c’è nulla di peggiore di una narrazione che resta impigliata tra le maglie della realtà. A quel punto, tanto varrebbe averla abbracciata prima, la realtà. Aver ammesso che sì, forse qualcosa si è sbagliato e che sì, comunque si punterà a fare meglio. Di se stessi e dei propri avversari.

La politica è anche questo, in fondo. Accettare la propria verità interiore. Che, come asserisce una pluripremiata docuserie, è una verità spesso sfuggente e contraddittoria. Come, del resto, lo è la vita. Il rischio è chiudere le porte alla contraddizione, e cessare di evolversi.E la città di Lecco, come del resto la politica, non può permettersi immobilismi.

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