Quella notte d’estate di Vittorio Messori

“Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come “Gesù che viene dal tuo cuoricino”. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. È irrimediabilmente tabù”.

Questo è l’incipit strepitoso di “Ipotesi su Gesù” - che gli svariati tromboni e palloni gonfiati che ingolfano la nostra categoria dovrebbero mandare a memoria, così magari imparano a scrivere in italiano - saggio pubblicato nel 1976, venduto in milioni e milioni di copie in tutto il mondo nonostante l’indifferenza e l’astio della critica ufficiale sinistroide e ultimato dopo una rielaborazione durata più di un decennio dal grande giornalista e scrittore Vittorio Messori, morto lo scorso venerdì santo, all’età di 84 anni.

Messori, come noto, era un convertito. Il convertito, così come l’ateo, è una figura straordinariamente interessante. È un uomo all’interno del quale improvvisamente e senza alcuna motivazione razionale avviene una frattura, che spezza la circolarità della sua vita per dividerla in due parti: prima della conversione, dopo la conversione. Proprio come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, ovviamente, ma soprattutto come la figura storica di Gesù. Da lì in avanti, per sempre, ci sarà una storia prima di Cristo e una storia dopo di Cristo.

Messori ha raccontato più volte, sia nella prefazione del suo best seller - anche se poi di libri-inchiesta sulla fede e la religione ne ha scritti moltissimi riscuotendo sempre grande successo - sia in conversazioni private e interviste sui media come sia avvenuto quel fatto irrazionale. Era l’estate del 1964, quella in cui Togliatti morì in Crimea, e lui, studente di scienze politiche che stava preparando la tesi di laurea con alcuni maestri della cultura laica, anzi, laicista - Bobbio, Firpo e Galante Garrone - ed era lui stesso pregno di quella cultura, l’unica che conoscesse, l’unica che ritenesse adeguata per affrontare un mondo nel quale già fermentava il tumulto sessantottino e la sua pseudo rivoluzione, per pagarsi gli studi lavorava come telefonista notturno nella centrale telefonica torinese. Dalle dieci della sera alle sette del mattino dopo.

La “cosa” giunse imprevista nella terza estate di impiego, in piena notte, quando aprendo a caso i Vangeli alla ricerca di una citazione per la tesi, quel Gesù che fino ad allora era stato per lui solo il personaggio di una storia che al massimo si esauriva nella sua dimensione letteraria o poetica gli si manifestò con una forza devastante, dirompente: “Sperimentai lo choc di un incontro-scontro con la figura misteriosa di colui che si presentava come il figlio di Dio, come Dio egli stesso. Scoprivo quelle parole e strabiliavo, esultavo come se in esse avessi scoperto la chiave per gli interrogativi non solo dell’uomo, ma sull’uomo: il significato del vivere e del morire, del patire e del gioire”. Come ogni giovane, stava cercando la verità. E questa gli dava appuntamento proprio là dove non l’attendeva e dove non la cercava.

Ora, come tutte le persone intelligenti avranno già intuito, il tema non è tanto essere credenti o meno, dare credito a questa esperienza come epifania religiosa o come inconscia emersione psicologica - ad esempio, chi scrive questo pezzo non ha mai fatto il chierichetto, non è mai andato all’oratorio e non è praticante, tanto per essere chiari - e se qualcuno ritiene che questo argomento riguardi solo i cattolici, diciamo che questo qualcuno non ha capito niente. Il tema vero è cogliere la profondità e il mistero della frattura che ha portato un giovane studente che da grande voleva fare il giornalista “laico e libertino” dentro un percorso di tutt’altra natura, seguendo le orme dell’amatissimo Pascal e contestando alla radice, in anni durissimi nei quali la secolarizzazione e il relativismo stavano mettendo in ginocchio le fondamenta della fede, la cultura rousseauiana, laicista e conformista dominante. Anche dentro la Chiesa. Soprattutto dentro la Chiesa. Un po’ la stessa operazione di scandalo e provocazione che, in altro ambito e con altri strumenti, ha praticato un gigante della cultura e del cattolicesimo come Giovanni Testori.

Chi ha avuto la fortuna di conoscere e anche un po’ frequentare Messori - come chi scrive questo pezzo - è sempre rimasto ammirato dalla vastità della sua cultura e della sua opera, in particolare “Ipotesi su Gesù”, che si basa sull’esaminare la figura di Cristo come farebbe un investigatore, un grande inviato, un grande inchiestista: passare in rassegna le fonti, discutere le obiezioni, valutare l’attendibilità dei Vangeli per arrivare alla conclusione che, anche da un punto di vista storico, la figura di Gesù è difficilmente riducibile a ubbia, mito o invenzione. Ma il vero fascino sgorgava soprattutto dal racconto di quelle notti enigmatiche e luminose, dolorose e gioiose, colme di certezza e di inquietudine del giovane telefonista per il quale il mondo sembrava all’improvviso capovolgersi sotto l’urto di alcuni versetti greci. Tutti, laici o credenti, agnostici o atei, in quella stagione irripetibile della vita hanno subìto una frattura, uno sfregio, una ferita, quale che sia, che ne ha orientato tutta l’esistenza, in un senso o nell’altro. E ne sono stati colpiti proprio là dove mai avrebbero pensato.

Ora Vittorio Messori non c’è più. Ma ne resta la lezione. E la certezza che anche per quella che è stata la sua avventura su questo vecchio sasso vale l’eterno aforisma di Eraclito l’Oscuro: “Chi non si aspetta l’inaspettato, non scoprirà la verità”.

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