C’è qualcosa di rassicurante nell’idea che la scuola italiana discuta se tenere o meno “I promessi sposi” tra le letture obbligatorie nel biennio di liceo. Cambia il ministro, cambia la commissione di (più o meno) saggi, ma è sempre più semplice mettere mano ai libri che al modo con il quale li si insegna.
L’argomento è noto: Manzoni non si capisce. La lingua è distante, il lessico antiquato e ampolloso, il ritmo incompatibile con l’attenzione contemporanea. E poi la trama, così lontana dal presente da risultare quasi inutile. Due giovani ostacolati da un potere arbitrario, in un contesto dove le regole valgono poco e le gerarchie molto: difficile immaginare qualcosa di più estraneo all’Italia di oggi.
Eppure il punto, forse, è proprio questo. I promessi sposi non sono un romanzo da leggere “per obbligo”, ma un’opera che pretende tempo, strumenti, pazienza. Tutte cose che la scuola sembra non potersi più permettere.
Il risultato è noto a generazioni di studenti: pagine affrontate in fretta, brani isolati, personaggi ridotti a caricature. Nella memoria resta poco o nulla, se non una certa insofferenza. E viene quasi naturale pensare che la soluzione sia eliminarlo, come si fa con ciò che non funziona.
Solo che “I promessi sposi” funzionano. Funzionano quando si smette di leggerli come una storia edificante e si comincia a considerarli per quello che sono: un racconto sul potere, sulla paura, sull’adattamento. Non è un caso che letture più libere ed eretiche come quella proposta da Leonardo Sciascia, abbiano individuato in don Abbondio il vero protagonista. Non l’eroe, non la vittima, ma l’uomo che resta al suo posto, che resiste senza esporsi, che attraversa la storia cercando di non farsi travolgere. L’eroe italiano per antonomasia.
Un personaggio così non è distante: è fin troppo vicino. E forse è proprio questa vicinanza a rendere il romanzo scomodo. Perché “I promessi sposi” non parlano solo del Seicento lombardo, ma di un modo di stare al mondo che attraversa i secoli e, con una certa ostinazione, continua a somigliarci.
Dunque sì, ministro: se non lo si sa insegnare, se non lo si sa far amare, se lo si riduce a una pratica burocratica da sbrigare tra un programma e l’altro, allora tanto vale liberarsene davvero. Si tolga pure “I promessi sposi” dai programmi del biennio, lo si promuova nelle classi successive per poi archiviarlo come un ingombro del passato. Non sia mai che, leggendo quelle pagine, qualcuno finisca per riconoscere qualcosa di troppo attuale.
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