Trump-Fed mercato e stato di diritto

Un’inchiesta penale avviata dal Dipartimento di giustizia nei confronti di un Governatore in carica della Federal reserve (Fed), la Banca centrale degli Stati Uniti, è un fatto senza precedenti. E senza precedenti è anche la modalità con la quale il diretto interessato, Jerome Powell, ha scelto di comunicare la notizia: l’avvocato e banchiere statunitense, che da nove anni si rivolge al pubblico soltanto quando si tratta di parlare di politica monetaria e previsioni macroeconomiche, e lo fa sempre con lessico misurato, ha pubblicato infatti un video sul sito della Fed passando al contrattacco dell’Amministrazione con parole quantomeno esplicite.

Uno scontro istituzionale al massimo livello, quello tra Casa Bianca e Fed, che formalmente ruota attorno alla presunta cattiva gestione dei fondi per i lavori di ristrutturazione della sede di Washington dell’Istituto centrale. Ma questo, sostiene Powell, è solo un «pretesto»; l’avvio dell’indagine, secondo il banchiere, è piuttosto l’ennesima «minaccia» - nemmeno troppo velata - che gli viene fatta recapitare dalla Casa Bianca per le sue scelte di politica monetaria. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha fatto molto per calmare le acque. Prima ha detto che i soldi pubblici spesi per la ristrutturazione della Fed sono più di quanto non fosse stato previsto, dunque Powell o è incompetente - ha detto - o è corrotto. Inoltre, a testimoniare probabilmente la vera sostanza dello scontro fra i due - che però ormai diventa scontro tra due istituzioni - ha invitato di nuovo Powell a tagliare i tassi di riferimento. Altrimenti, ha aggiunto attaccandone apertamente la professionalità e usando un nomignolo irrisorio, si confermerebbe «sempre in ritardo».

Non era impossibile prevedere che si sarebbe arrivati a un qualche tipo di collisione tra questo presidente degli Stati Uniti e questo Governatore della Banca centrale. Trump, che pure nominò Powell alla guida della Fed nel 2017, negli ultimi tempi gli ha imputato infatti di essere troppo timido sul taglio del costo del denaro, frenando così le politiche di crescita messe in campo dall’Amministrazione. Da parte sua Powell, come tutta la Fed, deve trovare un punto di equilibrio tra due preoccupazioni che spingono in direzioni diverse: i dazi, secondo il banchiere centrale, mantengono una pressione al rialzo sui prezzi (con un’inflazione in calo ma ancora più vicina al 3% che non al 2%), mentre dall’altra parte si registra una relativa debolezza del mercato del lavoro.

Tuttavia non è soltanto questione di dottrina economica. Il primo, Trump, è espressione di un mandato democratico forte, allo stesso tempo connotato da venature di fastidio per quelle forme di contropotere che vengono percepite come un ostacolo alla volontà del popolo, e nutre una qualche forma di sfiducia per molti di quanti possono definirsi «esperti» nei campi più disparati della conoscenza umana, economisti inclusi. Il secondo, Powell, è invece incarnazione di uno dei più forti poteri tecnocratici presenti nelle nostre democrazie contemporanee; gli «alchimisti» della politica monetaria hanno un potere enorme sull’andamento dell’economia, con ricadute spesso altrettanto decisive sulla politica, e sono indipendenti dalla politica, svincolati - per prassi se non per costituzione - da una qualsiasi investitura popolare. Una simile diarchia da sempre genera forme di tensione, italiani ed europei tutti ne sono stati testimoni diretti durante la crisi dell’euro lo scorso decennio, ma mai si era arrivati a un conflitto così aperto. Mai, perlomeno, nella prima economia del pianeta.

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